Hermann Göring: l’ombra di Hitler sul banco degli imputati

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STORIA

Hermann Göring: l’ombra di Hitler sul banco degli imputati

di Marco Ortalda

Introduzione

    Hermann Wilhelm Göring nasce il 12 gennaio 1893 a Rosenheim, in Baviera. Discende da una famiglia con una lunga tradizione di burocrati e giuristi al servizio dei sovrani di Prussia. Suo padre, Heinrich Ernst Göring, aveva intrapreso la carriera coloniale e diplomatica. Quando Hermann nasce suo padre è console generale ad Haiti. Si può dire, dunque, che i Göring appartengano a quel livello medio-alto della borghesia tedesca in cui il nazionalismo e il senso del dovere costituiscono le componenti più importanti dell’ideologia familiare.

È un uomo di potere, di lusso e di ambizione smisurata. E sarà, alla fine, l’imputato più temuto del processo di Norimberga. Ma tutto questo verrà dopo. Prima, c’è una guerra da combattere.

L’asso del cielo: la Grande Guerra

La Grande Guerra offre a Göring la possibilità a lungo attesa di realizzare i suoi sogni patriottici e avventurosi. Come pilota da caccia, si batte con straordinario valore. È tra i pochi eletti a ricevere il Pour le Mérite, la cosiddetta Blauer Max. Quando nel 1918 muore il leggendario Manfred von Richthofen, il “Barone Rosso“, Göring ne prende il posto alla guida della prima squadriglia caccia. La mitica JG 1. Alla fine del conflitto conta ventidue vittorie aeree confermate.

Ma la sconfitta del 1918 lo sconvolge. Come per milioni di reduci, la resa è incomprensibile, una ferita che brucia. Quando un generale prussiano ordina agli ufficiali di togliersi le spalline e sostituirle con strisce azzurre, il giovane capitano Göring si alza e lo redarguisce in pubblico con passione: “Noi ufficiali abbiamo compiuto il nostro dovere per quattro lunghi anni. Ora siamo tornati a casa, e come ci trattano? Ci sputano addosso e ci vogliono togliere l’onore.” Questa è l’anima di Göring: orgoglio ferito e volontà di rivincita.

L’incontro con Hitler e la costruzione di un impero

Göring incontra Hitler per la prima volta nel 1922 a Monaco. Ne è immediatamente conquistato. Come scrive il suo biografo Gustavo Corni, Hitler gli offre la possibilità di indossare nuovamente un’uniforme, mettendolo a capo delle nascenti SA. Un eroe di guerra decorato con la Pour le Mérite dà al nascente esercito del partito un prestigio che vale oro. E Hitler ne è consapevole: “Grandioso! Un eroe di guerra con la medaglia al merito! Che propaganda eccellente! Inoltre ha molti soldi e non mi costa un pfennig!”

Dopo il fallito putsch del 1923, dove viene ferito gravemente ad una coscia, è costretto ad un lungo esilio in Svezia. Non farà la prigione ma svilupperà una dipendenza alla morfina. Quando Göring rientra in Germania nel 1927 riprende la sua ascesa politica. Eletto al Reichstag nel 1928, diventa presto il principale intermediario tra Hitler e i grandi circoli industriali di Berlino.

Quando nel 1933 Hitler diventa cancelliere, Göring accumula incarichi con una voracità che non ha precedenti: ministro presidente della Prussia, ministro degli Interni prussiano, ministro senza portafoglio del Reich. È lui a istituire la Gestapo. In una riunione con gli industriali del 20 febbraio 1933, profetizza con sicurezza: “Queste elezioni politiche saranno le ultime … almeno per i prossimi dieci anni, ma probabilmente per un secolo.”

Dal 1935 si dedica alla costruzione della nuova Luftwaffe, che nel giro di pochi anni, diventa la più potente forza aerea del mondo. Nel 1936 Hitler lo nomina plenipotenziario per il Piano quadriennale, facendone il vero “dittatore dell’economia” tedesca … un titolo che la stessa propaganda del regime non esita ad attribuirgli pubblicamente. Di fronte agli industriali tedeschi, Göring non usa mezzi termini: “Il ritmo del riarmo non può essere rallentato per nessun motivo; al contrario, anche gli interessi delle imprese debbono essere messi in secondo piano.”

Il declino: dalla Battle of Britain alla resa

Il 1940 è l’anno della gloria e insieme dell’inizio della caduta.

La battaglia d’Inghilterra, quella che Göring aveva promesso di vincere in poche settimane, si trasforma in una logorante disfatta. I Messerschmitt non bastano a piegare gli Spitfire della RAF e la tenace resistenza britannica. Poi viene la Russia, e la promessa insensata di rifornire per via aerea la VI Armata accerchiata a Stalingrado.

Per ultimo, nella notte tra il 15 e il 16 maggio 1940, 99 bombardieri britannici prendono di mira snodi ferroviari e impianti petroliferi nell’entro terra tedesco. Uno smacco per chi aveva giurato che “nessun aereo nemico avrebbe mai sganciato una bomba su Berlino.

Il tramonto è inesorabile. Himmler, Bormann, Goebbels scalzano Göring dalla cerchia intima del Führer. Nel 1944 Hitler nemmeno si informa della sua grave infezione alle vie aeree. Il 23 aprile 1945, mentre Berlino brucia, Göring invia dal suo rifugio in Baviera un telegramma a Hitler chiedendo di assumere la guida del Reich. La risposta è un ordine di arresto firmato da Bormann. Due giorni dopo, le SS ricevono l’ordine di fucilarlo se Berlino fosse caduta. Il 7 maggio 1945, il giorno prima della resa tedesca, il Reichsmarschall si arrende con la famiglia alle forze americane mentre cerca di fuggire in Austria.

Norimberga: il banco degli imputati

Il processo e i suoi imputati

Il 14 novembre 1945, nella città che aveva ospitato i grandi congressi del partito nazista, si apre il processo più importante della storia moderna. Ventidue imputati siedono sul banco degli accusati. Il principale, per importanza e grado, è Hermann Wilhelm Göring, già Reichsmarschall del Terzo Reich, designato da Hitler come suo successore nel 1939.

Il tribunale è composto da quattro potenze vincitrici: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica. Ogni nazione fornisce un giudice e un giudice supplente, oltre ai propri procuratori. Quattro sono i capi d’imputazione: cospirazione per intraprendere una guerra d’aggressione; pianificazione ed esecuzione di una guerra d’aggressione; crimini di guerra; crimini contro l’umanità.

François de Fontette, nel suo studio sul processo, ricorda come il dibattimento presenti elementi di eccezionalità senza precedenti: ventitré volumi di verbali, venti volumi di allegati, oltre cinque milioni di pagine di documentazione. “Non c’è stata nella storia una raccolta così imponente di prove contro uomini di Stato e militari”. Il processo dura quasi un anno, dal novembre 1945 all’ottobre 1946.

Gli atti preparatori al processo

Tra i documenti conservati negli atti del processo figura la trascrizione dell’interrogatorio tenuto l’8 ottobre 1945 a Norimberga dal colonnello americano John Harlan Amen. Amen è un ex pubblico ministero ed è incaricato degli interrogatori dei prigionieri per conto della procura militare. Il documento rivela uno Göring combattivo, mai rassegnato, che cerca in ogni domanda lo spazio per ridimensionare le accuse o reinterpretarle a proprio vantaggio.

In quell’interrogatorio emerge il documento n. 638-PS, relativo a una conferenza del 24 settembre 1942 con il dottor Joel del Ministero della Giustizia. La conferenza riguardava il reclutamento di detenuti, con precedenti penali non disonorevoli, per operazioni di disturbo dietro le linee russe. Il memorandum firmato da Joel indica esplicitamente che queste bande erano autorizzate a “uccidere, bruciare, commettere stupri“.

La risposta di Göring è immediata. Ammette la conferenza, ammette il documento, ma contesta la sua interpretazione. Sostiene che il testo di Joel travisi le sue intenzioni: l’obiettivo era il sabotaggio delle ferrovie, non il terrorismo indiscriminato. La parte sullo stupro, in particolare, lo indigna: “Quello che mi disturba principalmente è la parte sullo stupro, perché sono sempre stato fortemente contrario ad esso. Qualunque cosa quell’uomo abbia scritto a riguardo è pura fantasia. Il mio giudice principale può testimoniarlo. Quello era poi von Hammerstein, e lui sa benissimo che tipo di pene ho inflitto per stupro.”

Quando il colonnello Amen incalza chiedendo dove Joel avrebbe potuto prendere quest’idea se non da Göring stesso, il Reichsmarschall risponde con fermezza: “Non è vero, in nessuna circostanza. Potrebbe averlo capito così, ma c’erano molte persone lì. Inoltre, è in diretta contraddizione con il mio atteggiamento riguardo allo stupro.” E ancora più esplicitamente: “Ritengo che questo sia il crimine più vergognoso. È peggio dell’omicidio.”

L’interrogatorio si sposta poi sulla conferenza del 16 luglio 1941 al quartier generale del Führer, presente anche Bormann, in cui si era discussa la politica tedesca nei territori russi occupati. Il documento L-221, i verbali di quella riunione redatti da Bormann, contiene la frase che la zona doveva essere pacificata rapidamente, e che “la soluzione migliore era sparare a chiunque guardasse di traverso“. Göring nega di ricordare quella frase: “Questa è assurdità.” Quando Amen gli chiede dove Bormann avrebbe potuto prendere quell’idea, Göring risponde con un aneddoto illuminante: “Per darle un altro esempio di come il Führer potesse usare una frase del genere. Molto spesso era irritato con il mio dipartimento tecnico e mi diceva: “be’, la cosa migliore sarebbe impiccare tutto il dipartimento tecnico a un chiodo”. Ma non abbiamo mai impiccato nessuno del mio dipartimento tecnico!” “

Non è un’ammissione di colpa, ma una spiegazione del funzionamento del regime. Göring usa il processo stesso per demistificare il mito della pianificazione sistematica, suggerendo che molti “ordini” erano in realtà sfoghi improvvisi male interpretati da zelanti segretari.

L’uomo sul banco: Göring a Norimberga

Come descrive Eugen Davidson nel suo studio sugli imputati, Göring si presenta in aula con un’uniforme troppo larga, ha perso oltre cinquanta chili dalla resa, passando dai 125 ai 70 kg.

Poiché nella cella non ci sono specchi, usa il vetro che lo separa dal suo avvocato come superficie riflettente per sistemarsi i capelli. Il sarto della prigione gli stira i pantaloni ogni giorno. Fino all’ultimo, il Reichsmarschall vuole essere all’altezza della parte.

Davidson osserva come Göring cerchi fin da subito di organizzare gli altri imputati durante i pasti, presentando al nemico “un fronte patriottico e unito“. Si adopera per tenere alta la testa tra i condannati, apostrofando con voce udibile Schwein (porco) i testimoni la cui deposizione non gli piace.

Ma quando un sondaggio tra i giornalisti americani si conclude 32 a 0 che Göring sarebbe stato impiccato, lui commenta amaramente che avrebbe dovuto togliersi la vita già nell’agosto del 1945.

Il pubblico ministero americano Robert Jackson apre il controinterrogatorio con una domanda che rivela tutta la strategia dell’accusa: “Lei si rende conto di essere l’unica persona vivente in grado di spiegarci quali fossero i reali obiettivi del Partito nazista e i meccanismi interni della sua leadership?” E Göring risponde, senza esitare: “Ne sono perfettamente consapevole.”

Il duello con Jackson: la testimonianza sul banco

Quello che avviene nei giorni del processo è uno degli episodi più straordinari della storia giudiziaria del Novecento. Göring non si difende … attacca. Risponde alle domande di Jackson, il pubblico ministero, con una padronanza della materia, un’abilità retorica e una presenza scenica che sorprendono l’intera aula. È un uomo che conosce ogni dettaglio del funzionamento del regime e non ha paura di ammetterlo, anzi lo rivendica con orgoglio.

Non nego affatto di aver compiuto ogni sforzo per riarmare la Germania, di aver reso il Reich a prova di assedio e costruito bombardieri e caccia più rapidamente possibile. Anzi, ne vado fiero.”

Quando Jackson gli chiede se volesse rovesciare la Repubblica di Weimar, Göring risponde con disarmante franchezza: “Per quanto mi riguarda, tale era la mia ferma intenzione.” Dichiara di andare orgoglioso dell’Anschluss austriaco [annessione forzata dell’Austria NdA] e di esserne stato il principale responsabile. Non si nasconde dietro nessuno.

Ma è sull’incendio del Reichstag che il confronto diventa più acceso. Negli interrogatori preliminari, il colonnello John H. Amen aveva già affrontato questo punto con Göring, il quale aveva negato con forza qualsiasi responsabilità diretta, attribuendo le fiamme all’azione solitaria del comunista olandese Marinus van der Lubbe. Quando viene mostrato un verbale che attribuisce a Göring frasi sulla necessità di “pacificare” i Russi “sparando a chiunque guardasse di traverso“, il Reichsmarschall risponde che si tratta di verbali redatti da Bormann che “riflettono più quello che passava per la testa di Bormann che quello che fu effettivamente detto”.

Il film “Norimberga” (2025): storia e libertà narrative

Russell Crowe nei panni del Reichsmarschall

Il 18 dicembre 2025 è arrivato nelle sale italiane Norimberga, film diretto da James Vanderbilt con Russell Crowe nei panni di Hermann Göring e Rami Malek in quelli dello psichiatra americano Douglas Kelley. Il film è tratto dal saggio di Jack El-Hai The Nazi and the Psychiatrist (2013), che racconta il rapporto reale e documentato tra il tenente colonnello Kelley e i prigionieri di Norimberga, in particolare con il Reichsmarschall.

Il film ottiene un buon riscontro di critica (72% su Rotten Tomatoes) e un ottimo successo di pubblico in Italia, dove incassa oltre 9 milioni di euro. La performance di Russell Crowe viene universalmente elogiata come il punto di forza assoluto della pellicola, capace di restituire la contraddittoria umanità del personaggio: intelligente, carismatico, manipolatore, capace di sedurre anche chi dovrebbe giudicarlo.

Cosa il film racconta bene

Il film coglie con precisione diversi elementi del personaggio storico. La dipendenza da oppioidi di Göring (morfina prima, paracodeina poi) è documentata dai testimoni dell’epoca: quando si arrende agli americani porta con sé una notevole scorta di compresse, avendo gettato nella toilette una quantità anche maggiore prima dell’arresto. Il film mostra questa dipendenza e il processo di disintossicazione a cui Göring viene sottoposto in cella.

Anche il rapporto di fascinazione-repulsione tra il dottore Kelley e Göring è fedele alla realtà. Kelley rimane davvero segnato dall’esperienza di Norimberga, e nel 1958 si suiciderà ingerendo cianuro. Stesso modo in cui Göring era riuscito a eludere la forca anni prima. Il film si chiude proprio su questa nota oscura, suggerendo che il confronto con Göring avesse lasciato nel dottore americano una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.

Viene restituita efficacemente anche la capacità di Göring di dominare l’aula durante il processo. Le critiche di Davidson sulla sua abilità retorica, il modo in cui smonta inizialmente Jackson, il modo in cui cerca di tenersi alla testa degli imputati, la sua recita del “paladino fedele della causa perduta”, trovano nel film una rappresentazione convincente.

Le differenze con la storia: le libertà narrative del film

Non mancano, tuttavia, differenze significative tra la ricostruzione cinematografica e i documenti storici.

La prima riguarda la figura di Douglas Kelley. Il film, seguendo la scelta del libro di El-Hai, fa di Kelley il vero protagonista, mentre storicamente il ruolo di psicologo principale a Norimberga fu condiviso con il dottor Gustave Gilbert, che nei verbali ufficiali appare spesso come interlocutore primario degli imputati. Gilbert è presente nel film (interpretato da Richard E. Grant), ma il suo ruolo risulta notevolmente ridimensionato. Le testimonianze conservate negli atti del processo mostrano come entrambi i professionisti contribuissero in modo sostanziale alla valutazione psicologica degli imputati.

La seconda riguarda il modo in cui il film rappresenta il controinterrogatorio di Jackson. Nella realtà degli atti processuali, Jackson esce sconfitto dall’incontro con Göring. Un fatto che nelle recensioni del film stesso viene accennato, ma che sullo schermo risulta edulcorato, con un Jackson (Michael Shannon) che mantiene una presenza più autorevole di quanto i documenti storici suggeriscano. Göring domina il confronto con tale padronanza da costringere il procuratore americano a cedere il controinterrogatorio ai colleghi britannici. Il Britannico Maxwell-Fyfe, interpretato da Richard E. Grant, sarà in realtà quello che riuscirà a mettere maggiormente in difficoltà il Reichsmarschall. Soprattutto sulla questione delle esecuzioni dei prigionieri di guerra evasi.

La terza differenza riguarda la rappresentazione della personalità di Göring. Il film tende, come ha notato qualche critico, a “banalizzare il male” attraverso momenti di quasi simpatia e humour. Ma la storia documentata è più ambivalente e più inquietante. Göring non era un mostro privo di dimensione umana, e questo il film lo coglie, ma era anche l’uomo che il 31 luglio 1941 aveva firmato l’ordine a Heydrich di predisporre il piano complessivo per la “soluzione finale della questione ebraica“. Davidson nota come questo documento, quello che davvero lo rendeva penalmente perseguibile oltre ogni difesa, sia la vera pietra tombale delle sue argomentazioni processuali, molto più delle testimonianze su cui si concentra il film.

Il film sceglie di concentrare la narrazione sul periodo pre-processo (primavera-autunno 1945) e sulle sessioni con Kelley, trascurando in parte la parte dibattimentale vera e propria. Nelle scene del processo, la complessità della procedura: quattro potenze,  quattro sistemi giuridici diversi, le tensioni tra accusa sovietica e americana, la questione del massacro di Katyn, vengono inevitabilmente semplificata. L’accusa contro i tedeschi per Katyn, che Davidson ricostruisce minuziosamente come uno degli episodi più imbarazzanti del processo (essendo i tedeschi del tutto innocenti di quel crimine), non compare nel film.

Il suicidio: l’ultimo atto di Göring

Su un punto il film è fedele alla realtà: il suicidio di Göring. La notte prima dell’esecuzione prevista per il 16 ottobre 1946, riesce a eludere la forca esattamente come aveva promesso che avrebbe fatto. Ingerisce una capsula di cianuro, che era riuscito a nascondere in cella nonostante i ripetuti controlli. Come sia riuscito e a tenerla nascosta rimane un mistero. Prima dell’ultimo atto scrive tre lettere di congedo: una alla moglie, una al generale americano Burton Andrus, comandante del carcere, e una al Tribunale. In quella al generale americano, spiega con fredda precisione le circostanze del suo gesto:  “Ho voluto essere io a decidere come e quando morire. Ho avuto questa capsula con me dal momento della mia cattura. Non vi sono state complicità da parte di nessuno, né del personale americano né di chicchessia.”

Conclusione: il male e la sua banalità

Guardando al processo di Norimberga attraverso gli occhi di Göring, ci si trova di fronte a un paradosso che ancora oggi affascina storici, filosofi e cineasti. Questo uomo … asso della Grande Guerra … costruttore della Luftwaffe … secondo uomo del Reich … responsabile della firma che aveva messo in moto la “soluzione finale” … si presenta a Norimberga non come un criminale pentito ma come un protagonista della storia che difendeva le proprie scelte con coerenza.

Hannah Arendt, seguendo i processi dei gerarchi nazisti, conia la formula della “banalità del male“. Göring sfida questa formula.  Lui non è banale. Lui è brillante, consapevole e implacabile. Il suo errore, se così si può chiamare, è di aver messo quella brillantezza al servizio di un regime criminale, e di non averlo mai riconosciuto come tale nemmeno di fronte alla morte.

Il film di Vanderbilt coglie qualcosa di vero in questo: il pericolo di Göring non sta nella sua mostruosità, ma nella sua umanità. Un uomo capace di sedurre, di far ridere, di ragionare con finezza, e al contempo di firmare ordini di sterminio. Come scrive Davidson, dopo aver sconfitto Jackson in aula, Göring confida al suo legale con soddisfazione: “Jackson non vale quanto me“. Forse è quella frase, più di qualsiasi documento del processo, a rivelare il cuore del personaggio.

Bibliografia essenziale:

  • Gustavo Corni, Hermann Göring. L’uomo d’acciaio, Giunti Gruppo Editoriale, 1998
  • Eugen Davidson, Gli imputati di Norimberga. La vera storia dei ventidue, Editore italiano
  • François de Fontette, Il processo di Norimberga, Editori Riuniti, 1997
  • William L. Shirer, La storia del Terzo Reich, Einaudi
  • Verbali degli interrogatori di Hermann Göring, 8 ottobre 1945 (documento originale, Atti del Processo di Norimberga, National Archives USA)

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