Prima della battaglia
E’ l’aria sospesa e rorida di paura. Il tintinnio
grave, appena udibile, delle squame dei catafratti. Il nitrito sommesso, la pacca sul collo a rassicurare la cavalcatura, o forse l’uomo in groppa, al tatto del sudore animale; sono i latrati dei cani che coprono l’immensa distanza tra il cuore e la pianura, al limite del vedibile, affamati di carogne.
E’ lo sguardo del morituro in prima linea, che si sofferma inebetito e anestetizzato su un particolare insignificante del terreno, forse per questo così importante per lui, la mente che già vola innaffiata di rabbia verso il momento del cozzo atro e terribile delle fanterie; si tratta di un attimo, infinitesima parte di una vita, quello sospeso dentro una voragine di vuoto, un mosaico di sogni che si adagia come un sudario sulle torme in attesa, già in vista del nemico, ondeggianti sul fronte opposto di un mare di terra e sabbia, sulle gravide opprimenti sponde della Guerra.
E’ il palafreniere che controlla i serramenti delle armature, le fibule, i lacci, quasi a voler graffiare il coraggio di quel giorno e rendersene cibo, farne nutrimento per la propria fine. E’ il caldo salvifico e rassicurante dell’urina che scivola sulle cosce, fin dentro gli stivali, irrorando le spathae come sorta di tardivo armilustrio; il compagno nervoso, del cui sgomento percepisci l’afrore, che si sistema il Clibano, forse troppo stretto, tormentantegli il collo. L’attimo del movimento, lo scarto, il sudore negli occhi, l’Urto.
La spinta. Intorno null’altro che la spinta (era questo che ti attendevi come premio per l’ultima ora della tua vita? Null’altro che spinta e ressa? Dove sono la Gloria, gli Amori, l’Ardore, la Pugna promessi?); l’arma irrimediabilmente persa tra i piedi dei compagni che scintilla nella foresta di gambe, le voci dei fratelli trasformate in opali di dolore, acuti belati, gelidi grigni di Moire ferite, un’opprimente agone che implode il petto e irrigidisce l’anima, il ferrigno scipito sapore del sangue che irrompe come un torrente in gola, il tramestio dei cuori che fibrillano sotto le lame, l’arresto, l’onda sorda degli ordini, inintelligibile e coperta dal frastuono dei corpi, i signiferi abbattuti e ormai dispersi.
Il Sole piegato, attutito, trasformato dalla polvere della cavalleria in vile evanescente lume, fiaccola diafana, pallido sembiante di un dio. E’ l’ora della morte, così contristemente connessa all’esistenza, a quell’istante impersistente e selvaggio sollevato, sospeso nell’aria, condiviso, trasformato dentro le pupille dell’avversario, poi adagiato su un fianco, consegnato, rassegnato, nella accoglienza suprema del Fato, nella consegna compunta e vinta della propria carne al metallo altrui, accolto come se quel gladio fosse l’ultimo nume tutelare, come se, violando il perimetro del corpo, ne costituisse il Lare supremo.
E’ la battaglia. E’ il sorriso stanco attonito avvilito dalla stanchezza del Vincitore, rimasto solo ormai come un inutile Prometeo, abbattuto sulle pile dei cadaveri sine nomine.
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