Solitario? Che noia!

APPROFONDIMENTO

Solitario? Che noia!

di Enrico Acerbi

Il gioco è un evento sociale che spesso presume competitività o cooperazione

È vero: la visione classica del gioco lo intende come fenomeno sociale, competitivo o cooperativo. Tuttavia, esiste un filone di pensiero, seppur meno celebrato, che esalta proprio il valore intrinseco del gioco solitario. Alcune citazioni e argomentazioni possono offrire una prospettiva diversa.

Roger Caillois e la Categoria dell”Ilinx”. Il sociologo francese Roger Caillois, nel suo fondamentale testo “I giochi e gli uomini” (1958), classifica i giochi in quattro categorie, la quarta è Ilinx (vertigine), ovvero il gioco che cerca di distruggere temporaneamente la stabilità della percezione per provare un senso di volo o ebbrezza, è spesso un’esperienza profondamente solitaria. Caillois scrive: “Il piacere consiste in una sorta di panico, di voluttuoso smarrimento… che provoca la perdita di controllo e la destabilizzazione dei sensi.” Questa esperienza non richiede un avversario; richiede solo la sospensione dell’io nel gioco, un obiettivo perfettamente raggiungibile in solitario.

Johan Huizinga e la “Sfera Magica” del Gioco. Vero che Huizinga nel suo “Homo Ludens” (1938) enfatizza l’aspetto sociale del gioco, la sua definizione del gioco come attività che crea una “sfera magica” separata dalla realtà ordinaria è fondamentale: “Il gioco è un’azione libera, consapevolmente al di fuori della vita ‘ordinaria’, ‘non seria’, ma che allo stesso tempo assorbe completamente il giocatore.” L’essere “assorbiti completamente” è un’esperienza che potrebbe trovare la sua espressione più pura nella solitudine, dove non ci sono interferenze dal mondo esterno. La simulazione storica in solitario è l’atto di creare e abitare da soli quella “sfera magica” di una campagna di Napoleone o dello sbarco in Normandia. Fin qui i Padri Fondatori.

Miguel Sicart e il “Gioco come Espressione Personale”. Il filosofo “degli studi sui giochi” Miguel Sicart, nel suo libro “Play Matters” (2014), argomenta in modo molto convincente che il gioco è prima di tutto una forma di espressione personale e di esplorazione del mondo. “Giocare è un modo di impegnarsi con le cose, le persone e le situazioni che ci circondano. È un atteggiamento che possiamo adottare verso il mondo… Il gioco è un modo di essere.”

Per Sicart, giocare a un wargame in solitario non diventa un surrogato del gioco sociale; è un modo di “impegnarsi” con la storia, di esplorare le sue dinamiche, di esprimere la propria curiosità intellettuale. La “competizione” in questo caso c’è, ma è contro i vincoli del sistema e della narrativa storica stessa.

Thomas M. Malaby e il “Gioco come Processo”. L’antropologo Thomas M. Malaby definisce il gioco non come un oggetto, ma come un “processo”, un modo di affrontare l’incertezza e creare significato. In questa visione, il gioco solitario è un dialogo continuo tra il giocatore, le regole e la narrativa che emerge. La mancanza di un avversario umano non annulla questo processo; lo indirizza semplicemente verso una diversa fonte di incertezza (il sistema di gioco e i dadi al posto di un altro essere umano).

 

La critica allora è valida se accettiamo una definizione ristretta di gioco come esclusivamente sociale. Ma gli autori qui sopra, in effetti, ci invitano ad allargare lo sguardo verso un modo di essere, un’attitudine di esplorazione e immersione che è intrinsecamente personale. Il gioco come esperienza sensoriale e di vertigine di Caillois vuole una risposta psicofisica individuale, non sociale, mentre Malaby vede il solitario come dialogo con un sistema. L’interazione è con le regole e la narrativa, non con una persona. L’avversario è la Storia, la Logistica, il Caso. Parrebbe corretto dire, allora, che, giocare una simulazione storica in solitario non è “non giocare”. È semplicemente giocare in un altro modo: per immersione, per esplorazione, per sfida intellettuale contro un sistema di regole che incorpora la “mente” dello storico e del progettista. È un atto di contemplazione attiva e di narrazione personale, che ha una dignità e un valore propri, paralleli e non inferiori a quello del gioco sociale. La domanda fondamentale, però, un gioco può essere noioso o troppo complesso, se fatto in solitario? Se devo “immergermi” in maniera barbosa in un soggetto storico, allora spendo meglio il mio tempo leggendo qualche libro. Leggere un libro, tuttavia, è senza dubbio un’attività intellettuale elevatissima, ma è concettualmente diversa dal giocare una simulazione. Non è questione di essere “più semplice” o “più difficile”, ma di obiettivo e processo cognitivo diversi.

Provo a differenziare le due esperienze. Se io leggo un libro opero un apprendimento passivo/ricettivo, come se guardo al TV. Assorbo la narrazione, l’analisi e le conclusioni di un altro (l’autore). È un processo lineare e, in un certo senso, autoritativo. Seguo il flusso logico di un’altra persona. Anche nel gioco però seguo le regole di un’altra persona (senza essere sicuro che abbia letto i libri di storia corretti). Giocare una simulazione per molti è un apprendimento attivo/sperimentale, come usare il PC invece della TV. In pratica decido io cosa fare. È un processo non lineare e basato su una ricerca guidata dall’indagine. In parole povere: leggere di come Napoleone abbia perso a Waterloo è diverso dal comandare tu stesso le truppe francesi e perdere per le stesse ragioni. La comprensione che deriva dall’errore attivo è visceralmente più profonda. Un libro ti fornisce una narrazione, ipotizza cosa è successo e, nei migliori casi, perché è successo. Una simulazione ti costringe a interagire con un sistema. Per vincere, devi capire come interagiscono tra loro le variabili (logistica, morale delle truppe, intelligence, tempo atmosferico) per produrre un risultato. Il libro ti dice che la logistica è importante, la simulazione ti manda in vacca perché hai allungato troppo le tue linee di rifornimento. La simulazione ti insegna la complessità sistemica in un modo che un libro narrativo può solo descrivere.

La più grande forza della simulazione rispetto al libro, comunque, è senza dubbio la controfattualità (“Cosa sarebbe se?” Et si? Notate che non uso il cacofonico Uot if) La storia che leggiamo è un unico evento di cui sappiamo com’è finita.

La simulazione storica apre le porte alla storia controfattuale in modo rigoroso. Per anni abbiamo “canzonato” Thai Bamba per i suoi esperimenti, ma forse abbiamo sbagliato. La simulazione ti permette di esplorare questi “e se?” in un sistema con regole definite, dando un’intuizione unica dei vincoli e delle opportunità che i comandanti dell’epoca dovevano affrontare. Insomma, leggere un libro di storia è come guardare un documentario ben fatto su come si scalano le montagne; impari tecniche, vedi i pericoli, conosci le storie degli alpinisti. Giocare un wargame è come fare arrampicata in una palestra di roccia, anche se l’ambiente è controllato. L’apprendimento è fisico e immediato. Cari amici “solitari”, quindi, la conclusione non è un “Invece”, ma è un “Inoltre”. Non si tratta di scegliere tra leggere un libro o giocare a una simulazione. Le due attività sono complementari, non sostitutive. C’è chi legge per costruire una base di conoscenza, per comprendere la narrazione storica consolidata e poi simula per mettere alla prova quella conoscenza, per sperimentare la complessità dei sistemi storici e per sviluppare un’intuizione più profonda e personale degli eventi. C’è chi, come me, prova un gioco e poi legge per vedere di approfondire tutte le stupidaggini che ha fatto con i dadi. La simulazione non è “più semplice” della lettura; è una sfida intellettuale di tipo diverso.

Comunque resto della mia idea perché il tempo libero è prezioso. Lo scopo di un gioco è il divertimento e l’arricchimento personale. Se un gioco non ti sta fornendo nessuno dei due, perché ha regole ridicole e complesse (buttate giù solo per far passare più tempo nella narrazione) oppure più semplicemente perché ha una mappa e vari aids da usare, tanto da richiedere un tavolo da sei al ristorante, è assolutamente legittimo e saggio lasciarlo perdere, temporaneamente o permanentemente. E questo vale anche per un saggio o libro da leggere.

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