Distorcere la Storia
Un uso imperialista dell’analisi storiografica
Parte I: la Storia
Gli storici anglosassoni, specialmente a partire dal XIX secolo, hanno spesso privilegiato un approccio biografico alla Storia, concentrandosi sulle vite di uomini illustri e vincenti. Questa prospettiva ha portato a una distorsione nello studio, mettendo in ombra il ruolo delle masse, delle strutture economiche e sociali, e delle sconfitte o dei percorsi alternativi che la Storia avrebbe potuto prendere.
Ecco i principali motivi di questa tendenza e le sue conseguenze:
- L’Eredità del “Great Man Theory” di Thomas Carlyle: uno storico e filosofo scozzese (Thomas Carlyle 1795-1881) formulò la “Teoria del Grand’Uomo”, secondo la quale la Storia sarebbe il prodotto dell’azione di individui straordinari (condottieri, re, politici, scienziati). Questa visione, tipicamente anglosassone, ha influenzato per decenni il modo di narrare il passato, mettendo in secondo piano i fattori collettivi. Napoleone, Churchill, Lincoln, Alessandro Magno: sono stati spesso il fulcro delle narrazioni storiche, come se la loro volontà fosse l’unico motore del cambiamento. La Storia, così, è diventata una sequenza di biografie, piuttosto che un’analisi più ampia dei movimenti sociali o delle strutture di lungo periodo. Ovviamente molti si sono opposti a questa visione oligocentrica e molta critica moderna, storici come Fernand Braudel, ha ribattuto che la Storia è plasmata più dalle strutture economiche e sociali che dalle singole figure.
- L’influenza della storiografia britannica, soprattutto, e nordamericana (appendice coloniale) è stata a lungo dominata da narrazioni imperialiste e nazionaliste che glorificavano le imprese dei leader vincenti: l’espansione dell’Impero Britannico era raccontata attraverso le vite di figure come Nelson, Wellington, grandi esploratori o Cecil Rhodes, oscurando le dinamiche economiche e coloniali. La “figliola” storiografia americana si concentrò subito sui “Founding Fathers”, Washington, Lincoln e Roosevelt, enfatizzando le loro decisioni più che lo studio della collettività in cui operavano. Il tipo di approccio religioso, calvinista e protestante, basato sulla Bibbia e sul concetto di popolo eletto (vedere John Winthrop, leader puritano del Massachusetts, che scrisse, nel 1630, il celebre sermone “A Model of Christian Charity”) ne aumentò l’effetto, creando un senso di inevitabilità storica, come se il successo di quelle figure fosse generato da predestinati e non dal risultato di una complessa interazione di fattori.
- Il ruolo del Liberalismo e dell’Individualismo che consideravano la cultura anglosassone sempre enfatizzante l’individualismo e il concetto di meritocrazia, portando a narrazioni dove il successo storico era attribuito alle capacità personali. Ad esempio la rivoluzione industriale fu spesso attribuita a grandi innovatori (James Watt, Stephenson) più che agli operatori intermedi ed ai lavoratori che avevano reso possibile il cambiamento, perfezionandolo. La Seconda Guerra Mondiale è stata spesso raccontata come la vittoria di Churchill, Roosevelt e Eisenhower, piuttosto che il risultato di enormi sforzi collettivi (Stalin, proprio, c’entrava poco). La critica a questo aspetto arriva anche da storici come Eric Hobsbawn, “una visione che ignora i fattori economici e sociali che determinano i grandi eventi”.
- La rimozione della Storia dei Vinti che determinò una storiografia anglosassone che spesso privilegiava il punto di vista dei vincitori, lasciando in secondo piano:
– le sconfitte: viene a mente la battaglia di Eylau (1807) spesso ridimensionata nelle narrazioni napoleoniche perché non si trattava di una vittoria netta.
– le alternative storiche: mancata analisi delle Ucronie ovvero rarissimi casi di analisi su cosa sarebbe successo se Napoleone avesse vinto a Waterloo o se la Germania avesse prevalso nella Prima Guerra Mondiale.
– le masse e rivoluzioni: eventi come la rivolta detta la Comune di Parigi (1871) o le lotte sindacali sempre in secondo piano, rispetto alle imprese di singoli statisti.
D’altro canto la vecchia Europa, con storici in grado di consultare fonti tedesche, francesi, spagnole e russe, ha saputo rispondere anche con una contro-narrazione, ovvero con storiografie alternative, che hanno posto più attenzione sulle dinamiche di classe e sulle rivoluzioni.
- L’influenza dei Mass Media e della Cultura Popolare laddove si parla di Hollywood, TV e narrativa popolare che hanno rafforzato questa tendenza, grazie ai capitali disponibili dalle imprese deputate alle loro gestioni, e che hanno presentato la Storia come una sequenza di eventi epici dominati da pochi individui: leader carismatici (Braveheart con William Wallace, Gladiator con Massimo Decimo Meridio, Churchill in Darkest Hour, Napoleon ecc.). Ovviamente tra i Media non possiamo dimenticare i wargame e i giochi strategici, che nati dal mercato statunitense e anglosassone, hanno sempre messo in evidenza figure di grandi generali più che gestioni della società, la politica e la logistica delle campagne militari.
La “Distorsione” della Storia non è mai stata superata, anzi si è aggravata grazie alla continua permeabilità della cultura e della lingua anglosassone (ormai non c’è linguaggio nel quale non si parli usando molti termini in Inglese – che, in modo molto ridicolo, a sua volta, usa moltissimi termini greci e latini, sin dalle sue origini). La storiografia anglosassone continua ad avere una grande influenza, e il modello biografico resta ancora dominante nei media e nella divulgazione.
Parte II
Charles Maitland Fair, eclettico psichiatra
Charles M. Fair (1916 – 2014) è stato un ricercatore americano in neuroscienze e uno scrittore (poeta, musicista, drammaturgo e saggista). Fair frequentò la Yale University, ma gli fu chiesto di andarsene prima di laurearsi. Iniziò a studiare il sistema nervoso alla fine degli anni ‘50, convinto che le teorie psichiatriche fossero fallimentari e, nonostante la mancanza di una laurea, si distinse come studioso indipendente ricoprendo diverse posizioni prestigiose e scrivendo tre libri di neuroscienza. Scrisse anche tre libri meno scientifici a soggetto storico ed in particolare uno sulla storia della guerra (From the Jaws of Victory) il cui sottotitolo era: una Storia di Personaggi, cause e conseguenze della stupidità militare da Crasso a Johnson & Westmoreland.
La novità del libro era che si distingueva per un approccio cinico e disincantato alla storia militare, mettendo in luce non solo le vittorie, ma anche le sconfitte clamorose e le decisioni disastrose, spesso minimizzate dalla storiografia ufficiale. Fair si concentrava sugli errori strategici, sulle personalità e sulle dinamiche, che avevano portato intere armate a trasformare successi potenziali in fallimenti.
In questa disamina dei “perdenti”, uno degli aspetti più interessanti del libro, l’autore intendeva demistificare alcune tra le figure più celebrate della storia, rivelando le loro debolezze o le circostanze sfortunate che, secondo lui, avevano influenzato gli eventi. Questo approccio “sembrava” particolarmente efficace, per l’opposizione alla tradizione storiografica più celebrativa, tipica delle delle biografie degli “uomini illustri”. Fair scriveva con un tono spesso ironico e provocatorio, da psichiatra diremmo oggi, il che rendeva la lettura piacevole, sfidando il lettore a riconsiderare le narrazioni ufficiali delle guerre. Il libro voleva essere una critica implicita alla tendenza di molti storici anglosassoni a glorificare i vincitori senza analizzare a fondo errori e possibilità mancate. In realtà, ad essere sinceri, finiva sempre per esaltare i vincenti, in quanto “non stupidi”.
Il libro proseguiva, in modo scientifico la tendenza di quegli anni per lo studio delle “conseguenze della stupidità in posti di comando”, esaminando la tradizione, ritenuta altamente rilevante e fino ad allora poco indagata, dell’incompetenza militare. Con un’arguzia iconoclasta e una grande erudizione, anche se poco convenzionale, Charles M. Fair spiegava i principi delle sconfitte militari, attraverso una serie di ritratti molto divertenti dei personaggi più in evidenza. Era, comunque, un caso di biografia “al contrario” e non un diverso approccio allo studio della storia, che utilizzasse variabili importanti come il tempo atmosferico, lo stato fisico delle truppe, il morale, l’accoglienza dei territori ecc.
Negli anni successivi alla pubblicazione di From the Jaws of Victory, la moda si espanse. Innumerevoli altri libri esplorarono il tema “incompetenza militare”, in lavori accademici (Norman Dixon) o più popolari (Geoffrey Regan), ma nessuno riuscì a raggiungere la narrazione, incisiva e perspicace di Charles Fair, sui disastri verificatisi dall’antica Roma alla guerra del Vietnam.
La domanda che molti si ponevano, quasi tutti in Europa, era su chi fosse davvero in grado di giudicare se un generale era buono o era un “asino”? Che cosa separava i generali buoni da quelli cattivi? Per un lettore comune era adeguata la semplice valutazione del rapporto vittorie/sconfitte; tuttavia comandanti perdenti come Napoleone, Robert E. Lee ed Erwin Rommel mantenevano reputazioni che superavano, a volte, loro rivali vittoriosi. Allo stesso modo, generali vincenti come Ulysses Grant e Federico il Grande manifestavano la loro parte di difetti. Era come se la personale abilità fosse spesso secondaria rispetto a fallimenti strategici, analisi (oggi diremmo letture del momento) o buon senso.
Non si può negare che molti generali fossero davvero semplicemente stupidi o inetti. Fair dedicò un lungo capitolo ad Ambrose Burnside, il cui sfortunato disordine mentale, a suo dire, costò la perdita di decine di migliaia di soldati dell’Unione nella guerra civile americana. Anche la scuola Haig-Hamilton, britannici della Grande Guerra, ne usciva bacchettata. I loro fallimenti, tuttavia, erano facili da diagnosticare come militari incompetenti, non in grado di guidare un’armata.
Erano più interessanti i comandanti che, ritenuti nominalmente competenti, cadevano, momentaneamente, perché vittime di arroganza, orgoglio o testardaggine. Marco Licinio Crasso era uno degli uomini più ricchi di Roma, il cui potere lo aveva elevato al consolato nel Primo Triumvirato. Dissero, tuttavia che fosse invidioso delle conquiste militari dei rivali Cesare e Pompeo, e che congiurasse per migliorare la sua reputazione. Il risultato fu una sua inutile guerra contro la Partia, con le legioni di Crasso ridotte ai minimi termini da un clima ostile, alleati inaffidabili e le stupidaggini del loro comandante. L’intera armata fu massacrata a Carrhae, a Crasso fu attribuito ogni errore immaginabile, prima, durante e dopo la battaglia. Anche qui da che fonte? Magari era uno storico appassionato di Cesare e Pompeo a raccontare, chi può negarlo?
Quell’attitudine, poi, continuò attraverso i secoli. I due esempi più evidenti, secondo Fair, riguarderanno Filippo II di Spagna e Carlo XII di Svezia. Con la Spagna al suo apogeo imperiale, Filippo assemblò una crociata contro l’Inghilterra: “Moderna per il modo in cui cercò di condurre (la spedizione), ma medievale per le (sue) ragioni”, consentendo che ambizione personale e fanatismo religioso superassero la logica. Il risultato, naturalmente, fu la disastrosa sconfitta dell’Armada spagnola nel 1588, che segnò la fine dell’egemonia spagnola. Il difetto di Filippo fu credere che, con il vasto impero di cui disponeva e il favore di Dio, avrebbe potuto ottenere qualsiasi cosa. Anche qui il punto di vista storico era “rovesciato” solo per gli ingenui: si celebrava infatti, da un lato la supremazia costale inglese, dall’altro non si citava mai la Contro-armada di Drake che le aveva prese, sonoramente, in Galizia l’anno dopo. Storici britannici qui, zitti.
Al tempo della Grande guerra del Nord, Carlo di Svezia marciò per la vittoria contro la Russia di Pietro il Grande. Nonostante fosse in forte inferiorità numerica, continuò ad avanzare, ignorando la logistica ed il logoramento nella sua ricerca della battaglia decisiva. Finì per trovarla a Poltava, nel 1709, con la totale distruzione della sua armata. Carlo aveva fallita per una ragione diversa da quella di Filippo. Innegabilmente era un generale dotato, ma nella sua maniacale belligeranza, “dimostrava pochi segnali … di capire il mondo … che stava intorno a lui” come il calcolo della probabilità, le sottigliezze della diplomazia ed i bisogni fondamentali della Svezia. Era questa una disamina condivisibile, ma sempre focalizzata su un personaggio storico importante, in un modo o nel modo opposto.
Nel suo capitolo più controverso, Fair riconsiderò la carriera di Napoleone Bonaparte. La reputazione di Napoleone, gran generale, era incontestabile, nonostante la sua sconfitta finale. Fair sosteneva che la reputazione di Napoleone era solo un trionfo di “immagine”, di autopromozione e importanti teatralità, come i suoi successi ad Austerlitz e Wagram. Secondo lui Bonaparte era stato rovinato da un misto di salute precaria e di natura impulsiva: “Lui, la personificazione della volontà, era in un senso senza volontà”. Come per Filippo e Carlo, era stata l’ambizione di Napoleone a ridurre un grande impero ad una potenza inferiore. Fair qui proprio non aveva capito nulla, soprattutto, dell’importanza dell’Empereur nel “minare” il tradizionalismo europeo con i candelotti di dinamite della cultura della Révolution, un movimento che renderà l’Europa una terra instabile per tutto il XIX secolo. Non era stata l’ambizione di Napoleone ad auto annientarlo, ma la potenza economica dell’Impero Britannico, in parte arricchitosi alle spalle dei paesi europei che si combattevano tra loro.
Per farla breve, infine, i capitoli, dedicati da Fair, al XX secolo erano abbastanza scontati (anche perché si parlava di periodi descritti da molte fonti anglosassoni) e la sua disamina della guerra del Vietnam confinava nella polemica politica, senza alcuna originalità. Nel suo libro dimostrava come era possibile fare Storia “creativa” per i periodi con scarse fonti disponibili (o con fonti discutibili) mentre era impossibile “sproloquiare” su un conflitto, allora, contemporaneo, come il Vietnam.
L’unica cosa che poteva accomunare l’autore ad un revisionismo della “distorsione storica” anglosassone era la sua scrittura strutturata e l’umorismo sarcastico che, a volte, dimostravano una compassione per i soldati di fanteria e per i civili, vittime delle “guerre imposte” da politici incompetenti e combattute da generali senza cervello.
Parte III
La SPI e le teorie di Fair
Ci rimaneva sempre la solita domanda, che riguarderà anche molti wargame attuali. Chi stabiliva quando un generale era bravo o quando era un “salame”?
La parola di Fair, Idiocy (estrema insensatezza o stupidità) che, in Italia, è anche una malattia chiamata “cretinismo”, un deficit congenito di iodio, con una patologia caratterizzata da deficienza fisico-mentale permanente, si era materializzata nel motto “Idiocy Factor”, un concetto tratto da Fair, da applicare ai giochi in un editoriale della rivista SPI, Game Design, attribuito probabilmente a Jim Dunnigan. Nel mondo anglosassone i termini idiota, imbecille (mona in veneto) ed i loro derivati, come idiozia, erano usati comunemente e formalmente in medicina, contesti educativi e regolamentari. Il loro uso fu ampiamente ricusato alla fine del XX secolo e sono oggi considerati offensivi. Tranquilli, ma qui eravamo nel 1971.
“Ed ora, passiamo al principale argomento delle Designer’s Notes di questo numero. Un saggio sul “fattore stupidità”. In parole semplici, il “fattore stupidità” è l’elemento di gioco più difficile da ri … creare perché si parla di fattori “umani” che, a causa della tipologia dei giochi, dovrebbero essere controllati dai giocatori.”
L’editoriale portava come esempio il gioco France, 1940 affermando che, con due giocatori normali e sani di mente era praticamente impossibile ricreare la campagna originale. In contrapposizione si citava il gioco Kursk, nel quale si poteva regolamentare la stupidità, a differenza di France, 1940. Così, mentre a Kursk gli errori erano attribuibili ad inizio campagna, et una tantum, in Francia sarebbero stati presenti durante tutto lo svolgersi del gioco. Questo Idiocy Factor era da considerarsi come un errore conclamato (comprovato?) e poche campagne militari potevano dirsi esenti da tali sbagli, presenti e di importanza decisiva, secondo Game Design, come gli errori commessi dal comando francese nel 1870, 1914 e 1940.
Una volta stabilito il concetto di fattore-stupidità, come applicarlo a un gioco? E qui arrivava la citazione del libro di Charles Fair, ritenuto “una discussione dei grandi perdenti nella storia”. L’editorialista notava anche che, secondo lui, le guerre erano più spesso perse di quanto fossero vinte. In altre parole, pareva che il numero dei perdenti superasse i vincitori: un fatto grave per l’americano USA medio.
Un’altra bella sfida era un confronto “bombiano” (da Ty Bomba, autore di molte intelligenti analisi ucroniche) tra, per esempio, Napoleone e Federico il Grande. Uno dei due avrebbe vinto, ma non avremmo mai saputo chi e perché. La Storia difficilmente avrebbe posto di fronte due “grandi capitani” e, considerato che poche grandi persone comparivano nello stesso periodo storico, praticando lo stesso mestiere, ne risultava che molti “grandi generali” o ritenuti tali, erano, semplicemente, fortunati incompetenti, meno peggio degli altri più scarsi. Il libro di Fair, poi, parlava di “perdenti”; non serviva a fare giochi che dovevano fare regole per la Vittoria. Perciò la SPI lo liquidava come un libro inutile.
La simulazione nelle regole di un fattore-stupidità era definito più complicato da definire, laddove in certi periodi storici era semplice attribuirlo ad un comandante. Man mano che le istituzioni militari si facevano più complesse, anche la sua attribuzione si faceva più contorta. Nella guerra civile americana una delle ragioni principali della scarsa qualità dei generali dell’Unione era la necessità di conferire alti comandi a politici prominenti. Lincoln fu costretto a combattere una guerra “politica” in patria, amara e decisiva quanto quella militare.
La complessità dell’Idiocy Factor cresceva e calava con la complessità di simulare l’organismo militare cui apparteneva. L’articolo citava come esempio il gioco Phalanx che si poteva considerare un paradigma del fattore-stupidità, come per l’incapacità di avere armi più efficienti, usando di più le armi da tiro invece che le armi bianche, o per la primordialità delle tattiche campali, spesso del tutto assenti. Un comandante del tempo gestiva male le sue truppe, non conoscendone armamento, addestramento e spesso il numero; ricreare un fattore-stupidità in un mondo già stupido era difficile. Diversamente man mano che le conoscenze aumentavano, fino alle epoche della “ragione e logica”, la conoscenza dei mezzi a disposizione aumentava e quindi era più semplice distinguere i bravi dagli incapaci.
Nell’antichità pochi erano i comandanti fuori-norma. Agivano in un’epoca di superstizione e ignoranza e tutto ciò si rifletteva anche nella guerra. Con due comandanti avversari, con questa tipologia, le battaglie si decidevano per fortuna o per casualità. La SPI diceva anche che “la storia militare era, di solito la creatura dell’epoca in cui era scritta”, ma non chiariva chi l’aveva scritta. Una nota, però, era importante. “Noi tendiamo ad essere creature della nostra epoca nel valutare quelli che vissero dieci secoli fa. Vediamo la storia attraverso occhiali che riflettono la verità di oggi. Ma questa realtà era di solito molto diversa da quella che giudichiamo. Anche questo è un elemento importante nel regolamentare un fattore-stupidità”.
In ogni periodo storico comparivano diverse possibilità di diverse analisi. Gli eserciti romani e bizantini erano ritenuti moderni nel senso che erano altamente organizzati e gestiti da professionisti (questo non significa che il comandante supremo fosse un professionista, spesso non era così.) Più tardi ci furono alcuni eserciti veramente professionali; questa tendenza raggiunse l’acme durante il periodo della Guerra dei Trent’anni (XVII secolo) prima di calare nel periodo pre-napoleonico.
Diverso è, invece, il caso delle guerre moderne. Le radici dei moderni Idiocy Factor non erano più attribuibili solamente alle esperienze personali di un singolo comandante, ma andavano confrontate con le peculiarità del sistema sociale nel quale il comandante operava. Si considerava, per esempio, la grandezza degli eserciti moderni e la quantità di personale altamente qualificato e specializzato, necessario per mantenerli in funzione. Dovevano essere soppesate le possibili frizioni interne, comuni a qualsiasi organizzazione di tale dimensione. Ed ecco l’apoteosi statunitense!
“Considerate il fatto che nella maggior parte dei grandi eserciti moderni l’obiettivo primario non è quello di sconfiggere il nemico [??], ma piuttosto quello di migliorare la propria posizione personale all’interno dell’organizzazione.” Secondo la SPI del 1971 pochissimi soldati andavano a combattere (questo forse spiegava la bastonata in Vietnam) … “La maggior parte dei soldati, soprattutto quelli più capaci, sono necessari per mantenere l’organismo militare in funzione, e la maggior parte dell’organismo non è interessato a combattere”. Si passava quindi a trasmettere la responsabilità del fattore-stupidità direttamente alla truppa, ferma restando la competenza dei comandi. L’articolo chiudeva invitando a leggere il libro di Fair “per ottenere una visione più ampia” di questo impattante Idiocy Factor.
Personalmente mi sconforta pensare di aver studiato la storia sulle opere, ludiche, di tecnici che propagavano tali ideologie. Dato che nessuno ha mai spiegato i criteri per affibbiare ai comandanti un Idiocy Factor o un valore inferiore ad un altro, non sarebbe più semplice e corretto assegnare i valori in base ai singoli episodi? Si eviterebbe in tal modo che un Davout abbia sempre 4 per tutti i vent’anni di campagne e un altro generale si porti appresso un valore “stupido”, stabilito dal passaparola e dai luoghi comuni. Certo che per arrivare a questo bisogna spesso leggere e studiare, magari non solo Osprey o libri scritti in Inglese. Troppa fatica ragazzi, o no?
Riferimenti bibliografici:
– Game Design Magazine n. 5 SPI, 1971
– Fair Charles Maitland, From the Jaws of Victory, Simon & Schuster 1971
– Acerbi Enrico, Da Tactics all’Homo Ligneus, Acies Ed., Milano 2024.
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