La battaglia di Adrianopoli tra storia e gioco

L’ANGOLO DEL WARGAME

La battaglia di Adrianopoli tra storia e gioco

di Marco Ortalda

Premessa

La battaglia di Adrianopoli, combattuta il 9 agosto del 378, è una delle più drammatiche sconfitte che l’Impero Romano abbia mai subito, al pari di quelle di Canne e Teutoburgo. Quel giorno, non solo un intero esercito romano viene annientato, ma perde anche la vita l’imperatore stesso, Valente. Sebbene oggi sia in parte dimenticata dalla storiografia, questa battaglia segna un punto di non ritorno, un drammatico spartiacque che scuote le fondamenta dell’Impero. Il suo esito innescherà una serie di eventi che segneranno la fine dell’era antica e l’alba di un nuovo capitolo: il Medioevo. Un destino fatale che, in un solo giorno, cambierà il corso della storia.

Le fonti

Purtroppo, quando si tratta di fonti storiche sulla battaglia, siamo costretti a fare i conti con una documentazione scarsa e frammentaria. Una delle poche voci che ci giungono è quella di Eunapio, storico e filosofo greco del IV secolo, che cercò di ricostruire gli eventi del periodo 270-404 nel suo “I commentari storici”. Purtroppo, di quest’opera sono rimasti pochi e incompleti frammenti, lasciandoci con molte lacune. Tuttavia, un testimone fondamentale è Ammiano Marcellino, che nel suo libro “Res gestae” dedica numerosi capitoli alla figura di Valente e alla battaglia. Ammiano, oltre ad essere uno storico, è stato anche un ufficiale di alto rango al servizio dell’imperatore Giuliano, il che gli consente di offrirci un racconto ricco e dettagliato degli eventi. Sebbene la sua scrittura sia spesso ricercata e complessa, non tralascia nessun particolare, soffermandosi anche sugli aspetti più tecnici e militari della vicenda, rendendo il suo resoconto un documento indispensabile per comprendere appieno la portata della battaglia.

Le origini

Per l’Impero Romano è un periodo di straordinarie tensioni. Alla morte di Gioviano (364 d.C.), l’esercito, senza consultare il Senato, proclama imperatore uno dei suoi generali: Valentiniano. Pochi giorni dopo, “con l’approvazione di tutti, nessuno infatti osava opporsi, nomina” suo fratello Valente Augusto d’Oriente. “Rivestito delle insegne imperiali […], Valentiniano lo porta con sé sul cocchio apparentemente come collega […] ma in realtà quale docile esecutore dei suoi ordini.” Valentiniano è un generale astuto, un organizzatore impeccabile, ma, come racconta Ammiano, il suo temperamento è “iracondo e feroce”. Al contrario, le monete che raffigurano Valente mostrano un uomo robusto, con il collo spesso e il doppio mento. Ammiano, che lo incontra di persona, lo descrive come un uomo dalle gambe un po’ incurvate, una pancia prominente e con un occhio “che non vedeva molto bene – ma solo chi gli stava vicino poteva notarlo”. Quello che lo distingue maggiormente, però, è la sua fervente religiosità, ma in una versione eretica: è un acceso sostenitore dell’arianesimo. Anziché cercare di sanare i conflitti religiosi che dividono l’impero, Valente contribuisce a incrementarli con un atteggiamento di chiusura totale.

I problemi per Valente iniziano subito nei primi anni del suo regno. Nel 366, Procopio, un generale romano di Costantinopoli, si ribella. Procopio è legato da una lontana parentela con l’imperatore Costantino e ha bisogno di alleanze per consolidare la sua posizione. A Nord del Danubio, c’è un popolo che potrebbe fare la differenza: i Goti. I capi goti, richiamandosi all’antica alleanza con Costantino, rispondono alla chiamata di Procopio e inviano rinforzi a sud. Ma sfortunatamente per loro, quando le bande barbariche giungono, il generale romano è già stato sconfitto. Valente, però, non si accontenta di imprigionare i guerrieri goti. Raduna il suo esercito, attraversa il confine e devasta le terre nemiche. Questo popolo, ormai piegato, è costretto ad arrendersi. Non conosciamo i dettagli del trattato che pone fine al conflitto, ma sette anni prima di Adrianopoli, i Goti sono già ridotti alla fame.

I Barbari arrivati dall’Est

Nel 376, una notizia agghiacciante si diffonde in tutto l’Impero Romano. I barbari del Nord hanno cominciato a muoversi, invadendo le terre a nord del Danubio. Intere popolazioni sono state costrette ad abbandonare le loro case, spingendo con forza verso i confini dell’Impero. Ma chi potrebbe mai spingere interi popoli ad abbandonare la propria terra? Ammiano, nel suo libro XXXI, descrive questi uomini come “un popolo poco noto agli antichi storici […] che supera ogni limite di barbarie. Hanno l’abitudine di solcare con un coltello le gote ai bambini appena nati, affinché il vigore della barba, si indebolisca. Invecchiano imberbi. […] Hanno membra robuste e salde, grosso collo e sono stranamente brutti e curvi. […] Sono così rozzi nel tenor di vita […] che si nutrono di radici, erbe selvatiche e di carne semicruda […] che riscaldano per un po’ di tempo fra le cosce ed il dorso del cavallo. Non sono mai protetti da alcun edificio ma li evitano come tombe.” Si tratta degli: Unni che diventano i nuovi protagonisti del IV e V secolo.

Nel frattempo, le terre a nord del Danubio sono di nuovo devastate. I Goti, ridotti alla fame, non hanno più scelte. Alcune famiglie arrivano a vendere i propri figli per sopravvivere, un triste scambio che li spinge a chiedere rifugio a Roma, nella Tracia. Nonostante la situazione disperata, i Goti sono ancora un popolo forte: abili guerrieri, ma anche ottimi contadini. Si accampano per giorni sotto una pioggia incessante, mentre il Danubio ingrossa, ma finalmente arriva la risposta da Antiochia, e l’Imperatore concede loro asilo.

“Quindi, ottenuto, per concessione dell’Imperatore, il permesso di attraversare il Danubio venivano trasportati in schiere oltre il fiume giorno e notte su navi, zattere e tronchi d’albero.”

Tuttavia, ciò che avrebbe dovuto essere un’operazione di aiuto umanitario si trasforma in un’opportunità per molti di trarre profitto. Eunapio, così come Ammiano, conferma che il trasbordo dei rifugiati avviene in una situazione di caos totale. La priorità, secondo gli ordini, è far passare prima i ragazzi, da utilizzare come ostaggi, e poi gli uomini adulti, ma solo dopo averli disarmati. Eppure, la corruzione dilaga: chi può, pagando, riesce a passare con le proprie armi e la famiglia. Altri, in particolare donne e bambini, vengono fatti passare abusivamente da funzionari e soldati che intendono sfruttarli per i propri scopi. “Semplicemente tutti quanti avevano deciso di riempirsi la casa di domestici e i poderi di pastori e di approfittare della situazione per saziare tutte le loro voglie.”

Marcianopoli

La diffidenza tra Romani e Goti cresce e la situazione inizia a precipitare. Il trasferimento dei Goti attraverso la Tracia avviene in un clima di tensione. I barbari, decine di migliaia, sono in parte civili e in parte guerrieri che hanno grandi aspettative. Una prima colonna, scortata da alcune unità di cavalleria ausiliaria, dopo giorni di viaggio arriva nei pressi di Marcianopoli (oggi Devnja). La città sorge in mezzo ad una zona fertile piena di campi da coltivare e pascoli per il bestiame. Dopo mesi di stenti i Goti pensano di aver finalmente raggiunto il rifugio promesso dall’Imperatore. Sfortunatamente a Marcianopoli non c’è niente di pronto. La popolazione, terrorizzata dai barbari, fa sbarrare le porte. Il conte Lupicino, la massima autorità romana, nel tentativo di mitigare gli animi, invita i re dei Goti, Alavivo e Fritigerno, ad un banchetto. “Mentre i capi Goti sono al banchetto, Lupicino con uno schieramento di soldati tiene lontano dalle mura la massa di barbari che chiedevano insistentemente di entrare per acquistare viveri.” Questo comportamento fa pensare ai Goti che i loro capi siano stati uccisi e così assaltano la scorta spogliandola delle armi. “Lupicino, avvertito di questo da un messaggero segreto, mentre è seduto da lungo tempo ad una prodiga mensa in mezzo a rumorosi divertimenti, fiacco per il vino ed il sonno, ordina di uccidere tutte le guardie” che hanno accompagnato i due Re. La notizia del massacro dei barbari aumenta le grida fuori dalle mura. Fritigerno, capisce di essere in pericolo ma riesce a convincere Lupicino che, se lo farà uscire, riuscirà a calmare gli animi. “Ricevuto il permesso, [Fritigerno] esce e, accolto con applausi sale su un cavallo e fugge”.

La battaglia del Salici

La situazione è ormai fuori controllo. Pieni di rabbia e determinazione, i Goti si scagliano contro le campagne attorno a Marcianopoli, devastando tutto ciò che incontrano. Lupicino, deciso a fermarli, raduna in fretta un esercito. Ma la sua scelta è chiara: non chiederà aiuto all’Imperatore, per non dover ammettere il proprio fallimento. Di quel conflitto sappiamo ben poco, tranne che finisce in una tragica disfatta per i Romani. Nonostante i Goti non siano ancora un vero esercito, ma piuttosto una banda di rifugiati, riescono comunque ad avere la meglio sui limitanei di Lupicino. Dopo la sconfitta, i Goti, armati con l’equipaggiamento dei soldati romani abbattuti, si muovono liberamente su tutto il territorio, diventando una minaccia crescente.

E cosa fa l’imperatore? Quando la notizia della sconfitta raggiunge l’orecchio di Valente, l’Imperatore cerca di correre ai ripari. A Adrianopoli, in Tracia, alcuni distaccamenti romani sono composti da soldati goti. I loro capi, Suerido e Colias, non hanno mai dato segni di ribellione, ma Valente non si fida. Così, senza preavviso, invia loro “una lettera che impone loro di passare l’Ellesponto”. I due capi goti “chiedono senz’arroganza il denaro per il viaggio”. Ma la risposta che ricevono è una reazione furiosa da parte del magistrato romano, che decide di “fare uscire l’infima plebe, armata per fare strage dei barbari”. Il risultato? L’infima plebe viene spazzata via dai Goti, che, dopo aver decimato i facinorosi, si uniscono a Fritigerno.

Valente, ormai in difficoltà, invia due dei suoi generali, Traiano e Profuturo, a risolvere la situazione. Secondo Ammiano, i due generali sono esperti in intrighi di palazzo, ma non altrettanto in battaglia. I Romani, quindi, optano per uno scontro campale, invece di tentare di bloccare le numerose bande di Goti che si erano disperse. Ma Fritigerno, astuto stratega, sa come fare la guerra e, consapevole della propria inferiorità numerica, richiama tutte le bande e le raduna in un enorme convoglio, appesantito dal bottino e dalle migliaia di prigionieri.

I due eserciti si avvicinano al Danubio. I Goti si ritirano lentamente, seguiti dai Romani con cautela. Si accampano in una località chiamata Ad Salices (oggi nella Dobrugia). Dentro una fortezza di legno, composta dai carri allineati in cerchio, le donne accendono i fuochi per il cibo, gli uomini affilano le armi e i prigionieri sono tenuti in catene vicino ai cavalli. A poca distanza, l’accampamento romano, dove giunge il generale Ricomere, un ufficiale della guardia dell’Imperatore Graziano, con un piccolo contingente di soldati.

“I generali romani, animati dalla speranza di ottenere dei progressi, sono pronti a tentare un’azione decisiva. […] I Romani sperano di prendere il nemico alle spalle, mentre riprende la marcia, ma i Goti, forse avvisati da disertori, non danno loro il tempo di organizzarsi. “I Barbari […] cercano di travolgere con impeto più violento, simili a ruote, quanti si facessero loro incontro lungo il cammino. […] I Romani, lanciando all’unisono il grido di guerra, il barritus, si rianimano. I Barbari, invece, con urla selvagge che celebrano le lodi dei loro antenati, ingaggiano scaramuccia.” Lo scontro, feroce e sanguinoso, dura fino al calar della sera, ma non ha un vincitore. Il giorno dopo, i Romani si ritirano verso Marcianopoli, mentre i Goti rimangono ancora per qualche giorno dietro i loro carri, accampati e pronti a continuare la loro marcia.

Premesse per una battaglia

Dopo la devastante battaglia, i Romani decidono di rivedere completamente la loro strategia. Costruiscono un perimetro difensivo più a sud, verso i Balcani, con l’intento di fermare l’avanzata dei Goti verso la Grecia. Le fortezze si erigono nei pressi dei passi montani, con soldati di guardia pronti a bloccare ogni tentativo di invasione. Ma i Barbari sono ormai liberi di scorrere e saccheggiare la ricca Tracia meridionale senza ostacoli, e l’odore del saccheggio attira altre tribù barbariche, come gli Alani, che si uniscono alle file di Fritigerno, rafforzando l’orda.

Nel frattempo, il nuovo comandante romano Saturnino, preoccupato di essere accerchiato se i Goti riuscissero ad aggirare i passi e con l’inverno ormai alle porte, prende una decisione prudente: ritirarsi ulteriormente, cercando rifugio nelle città in attesa che il clima migliori. Questo lascia campo libero all’orda gota, che, attraversando le montagne, si riversa nelle campagne della bassa Tracia, dando inizio a una nuova stagione di distruzioni e devastazioni.

La situazione si fa ancora più critica. Saturnino viene sostituito da un nuovo generale, Sebastiano, un uomo esperto e risoluto, che è il magister peditum di Valente. Con lui, la guerra prende una nuova piega. Sebastiano capisce rapidamente che affrontare i Goti in campo aperto è un suicidio. Così, addestra duemila soldati scelti, lasciando il resto dell’esercito al sicuro, e lancia rapidi attacchi contro le bande di saccheggiatori goti. “Nascostosi [con i suoi soldati] fra la boscaglia, nella notte avanza con passo leggero e attacca i barbari in preda al sonno. Ne fa strage. […] Ne recupera un enorme bottino che né la città né la distesa dei campi potevano contenere.” La sua tattica di guerriglia, basata sulla sorpresa, inizia a dare i suoi frutti, mettendo in seria difficoltà le forze di Fritigerno.

Fritigerno, ormai consapevole del pericolo rappresentato da Sebastiano, richiama tutte le bande di saccheggiatori e le concentra in un carrago centrale nei pressi di Adrianopoli, preparandosi a rispondere alla nuova minaccia. Sebastiano sembra aver trovato la chiave per contrastare l’invasione, ma il suo successo non passa inosservato.

Tuttavia, Sebastiano commette un errore cruciale: non ha fatto i conti con Valente. Non è del tutto chiaro se sia stato Sebastiano stesso a chiedere supporto a Graziano, con cui aveva legami stretti dopo aver trascorso molto tempo a Mediolanum, o se sia stata una decisione diretta di Valente, ma la risposta dell’Imperatore d’Oriente non si fa attendere. Deciso a porre fine una volta per tutte alla minaccia dei Goti, Valente convoca l’esercito campale e si dirige verso Adrianopoli, pronto per lo scontro finale. La guerra sta per entrare nella sua fase decisiva, e il destino dei Romani e dei Goti sembra ora appeso a un filo sottile.

Battle Report

Al “Club La Piccola Armata” di Torino, ci siamo lanciati nella ricostruzione storica, decidendo di riproporre la battaglia su un tavolo di 2,4 per 1,8 metri. La parte centrale dello schieramento gotico è stata trasformata in un carrago, la fortificazione mobile fatta di carri, mentre i guerrieri a piedi si dispongono su una leggera collina, pronti a combattere. Lo scenario prevede che la cavalleria gotica e alana arrivi fuori campo, un richiamo alla realtà storica in cui Fritigerno aveva inviato i suoi cavalieri a recuperare provviste, assenti all’inizio del conflitto.

Dall’altro lato, i Romani si preparano con una formazione tipica: la fanteria al centro e la cavalleria ai lati.

Ezio e Marco comandano le forze barbariche, mentre Simone, Federico e Luciano gestiscono i Romani. Le miniature, tutte in scala 28mm, sono ben 467, creando un’ambientazione mozzafiato.

I primi due turni vedono un conflitto serrato tra le unità leggere, schierate fronte a fronte. I tiri sono altalenanti, ma i Romani sembrano prevalere, grazie alla loro superiore disciplina e coordinazione. I Goti, nel frattempo, devono fare affidamento sulla fortuna per l’arrivo della loro cavalleria. Nei primi turni, l’ingresso delle truppe a cavallo è incerto, ma dal sesto turno le forze di Fritigerno vedono entrare la cavalleria in modo automatico. I Goti sono fortunati e l’ala destra entra dal primo turno mentre la sinistra dal secondo.

Approfittando della confusione dei Romani, i comandanti goti decidono di spingere l’intero fronte in avanti. Nel terzo e quarto turno, il centro romano inizia a cedere. Le bande guerriere gote si fanno più audaci, cercando di approfittare della debolezza romana, ma sono respinte grazie ai colpi precisi delle balliste. Al quinto turno, i Romani riescono a rintuzzare la breccia nel loro schieramento, ma la situazione rimane tesa.

Dal sesto all’ottavo turno, le fanterie si scontrano violentemente. L’unico scontro tra cavallerie pesanti avviene sul fianco sinistro romano, dove gli equites sono costretti a ritirarsi sotto l’assalto degli Alani, lasciando un segno profondo nelle linee romane. Nel frattempo, sul fianco sinistro imperiale, le unità di Petulantes e Iuliani contrastano gli attacchi dei Goti, riuscendo a contrattaccare con determinazione. Nei turni successivi, il fianco sinistro dei patres riesce a mettere in rotta due delle quattro divisioni gotiche, ma il prezzo del combattimento si fa sentire. Dopo una resistenza eroica, una divisione romana cede il passo.

Alla sinistra di Roma, l’unica resistenza solida è fornita dalla cavalleria, galvanizzata dall’arrivo dell’Imperatore, che decide di entrare in battaglia per guidare personalmente i suoi uomini. Grazie a questa mossa, la cavalleria romana si rinforza e continua a combattere senza sosta. Nel frattempo, una parte dei Goti è costretta a ripiegare nel carrago, dove si rifugiano per cercare riparo.

Lo scontro finale si sposta sulla destra, dove le unità dei Cornuti, degli Anglani e degli Ioviani resistono con tenacia all’attacco della cavalleria gotica. Con un ultimo, decisivo slancio, riescono a mettere in rotta un’altra divisione gota. La battaglia si conclude con una vittoria romana, ma solo di misura: tre a uno. La determinazione e la strategia romana, nonostante le difficoltà, hanno prevalso.

Tra storia e wargame

La battaglia storica si sviluppa, per i primi turni, quasi specularmente alla nostra partita. Valente dispone di un esercito numeroso e ben armato, mentre Fritigerno è consapevole del suo svantaggio e decide di attendere il rientro della sua cavalleria prima di impegnarsi in uno scontro diretto. “Vittore, generale di cavalleria, che sebbene fosse Sarmata era temporeggiatore e cauto. […] Ritiene che Valente debba aspettare il collega dell’Impero in modo che con un esercito rafforzato dalle truppe delle Gallie, più facilmente possa vincere la superbia dei barbari.” Tuttavia, la testardaggine del sovrano e il parere di alcuni cortigiani adulatori prevalgono. “Il 9 agosto è una giornata torrida.” Il caldo torrido e l’incertezza della situazione non fermano Fritigerno, che, astuto e consapevole della precarietà del suo esercito, invia un araldo per cercare un accordo con l’Imperatore. Proprio mentre l’araldo si prepara a scambiare nobili in segno di pace, “gli scutari al comando di un certo Bacurio, Ibero del Ponto, e di Cassio avanzano con cieco impeto e vengono alle mani con i nemici. Così come hanno sferrato prematuramente l’attacco si ritirano gettando un’ombra di cattivo augurio sull’inizio del combattimento.”

E così ha inizio una battaglia che segnerà il destino di molti.

I Romani si dispongono con la fanteria al centro e la cavalleria ai lati, mentre i Goti si trovano poco distanti, davanti al loro cerchio di carri. L’attacco romano, inizialmente deciso, spinge le squadre di cavalleria leggera gota e alana a intervenire. Gli arcieri a cavallo romani, però, vengono sopraffatti, e la situazione richiede l’intervento dei catafratti. Nonostante l’iniziale slancio, i Romani si rendono conto troppo tardi che non sono stati seguiti dal resto della cavalleria. I reparti di Valente, ormai in inferiorità numerica, vengono massacrati.

Nel frattempo, i due schieramenti continuano a scontrarsi senza sosta. L’arrivo della cavalleria gota e alana, comandata da Alateo e Safrace, rompe gli equilibri, colpendo il fianco sinistro romano, che è rimasto vulnerabile. I fanti romani, disposti in formazione compatta ma senza margine di manovra, non riescono a reggere all’urto delle forze barbariche. Dopo una resistenza disperata, la loro formazione si sfalda, segnando l’inizio della fine.

“Dicono che Valente non sia morto subito, ma che, venga trasportato da alcune guardie nei pressi di una casetta di campagna. […] Mentre viene curato da mani inesperte viene circondato dai nemici, i quali ignorano chi sia.” I soldati di Valente cercano di difendersi, ma la sorte è ormai segnata. I nemici tentano di sfondare le porte, ma esse sono sbarrate. Così, “raccolti fasci di paglia e legna danno fuoco all’edificio.” La morte di Valente è il simbolo di una sconfitta che costerà caro all’Impero: insieme a lui muoiono Sebastiano e Traiano, trentacinque tribuni e circa trentamila soldati romani.

Dopo la catastrofica sconfitta, il nuovo imperatore, Teodosio, si trova costretto ad adottare una politica di inclusione verso i barbari. Grazie a sistemi come la foederatio e la hospitalitas, cerca di integrare i barbari all’interno dei limes romani, in un tentativo disperato di consolidare il potere dell’Impero.

Ma Fritigerno, il grande condottiero gotico, non si ferma. Nonostante le difficoltà, continuerà a combattere i Romani con alterni successi per altri due anni. Cercherà addirittura di conquistare Costantinopoli, ma senza le necessarie macchine d’assedio, sarà costretto a desistere, lasciando in sospeso il destino delle sue conquiste.

Letture consigliate
9 agosto 378 – Alessandro Barbero – Ed Laterza
Le Storie – Amminano Marcellino – Ed Utet
La grande strategia dell’Impero Romano – Edward N. Luttwak – Ed Rizzoli
Dal II secolo alla fine dell’Impero d’Occidente

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