La storia della Brigata dei parà polacchi

L’ANGOLO DEL WARGAME

La storia della Brigata dei parà polacchi

di Marco Ortalda

Premessa

La storia della 1ª Brigata Paracadutisti Indipendente Polacca prende vita il 23 settembre 1941, sulle fredde terre della Scozia, mentre la Seconda Guerra Mondiale infuria.

Nel giugno di quell’anno la Germania ha dato inizio all’Operazione Barbarossa: un’imponente invasione dell’Unione Sovietica. In quel momento, l’Inghilterra, guidata da Churchill cerca di opporsi alle forze dell’Asse mentre la Battaglia d’Inghilterra continua nel cielo. I pochi successi inglesi contro le forze italiane in Africa sembrano ormai lontani, superati dalla potenza travolgente della Afrikakorps di Rommel.

La Brigata è formata in gran parte da soldati polacchi e da altri volontari che, dopo la disastrosa caduta della Francia e la sconfitta della loro patria, hanno trovato rifugio nel Regno Unito. Solo nel giugno del 1944 l’unità riceve finalmente i suoi colori reggimentali, per poi entrare ufficialmente, nel mese successivo, a far parte della Prima Armata Aviotrasportata Alleata, sotto il comando del generale Stanisław Sosabowski.

Nel 1944, il quadro internazionale è completamente mutato: con l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, sono ormai le forze Alleate a prendere il sopravvento in Europa.

Sosabowski, un ex ufficiale di carriera dell’esercito polacco, è un uomo forgiato dalle battaglie. Combattente della Prima Guerra Mondiale dove raggiunge il grado di tenente. Il 1° settembre 1939, quando la Germania invade la Polonia, si trova costretto a ritirarsi verso Varsavia insieme ai suoi uomini. Nonostante l’inferiorità numerica, combatte con coraggio contro la 10ª divisione di fanteria tedesca, costringendola addirittura a ritirarsi. Ma il 15 settembre, dopo dieci giorni di feroci combattimenti e bombardamenti, le forze tedesche riescono a chiudere l’accerchiamento attorno alla capitale polacca, costringendo la città alla resa. Catturato dai tedeschi e imprigionato in un campo di prigionia, Sosabowski non si arrende: riesce a fuggire, unirsi alla resistenza polacca e, infine, rifugiarsi in Inghilterra, dove riprende la lotta al fianco degli Alleati.

L’Operazione Market-Garden

La brigata era stata addestrata come unità paracadutista con l’intendo di compiere azioni di appoggio alla resistenza polacca. Ma quella che inizia come una sorprendente offensiva, in grado di mettere in difficoltà i tedeschi, si trasforma presto in un incubo. La rivolta, mal coordinata e priva di un adeguato sostegno, viene brutalmente soffocata. I partigiani polacchi, ignari dei piani dell’Armata Rossa, che speravano sarebbe intervenuta, sono circondati e decimati dalle divisioni SS. Di fronte a questa tragedia, il Governo britannico, che inizialmente aveva promesso supporto, decide di non inviare la brigata polacca in soccorso della rivolta. Solo con grande difficoltà Sosabowski riesce a mantenere l’ordine tra i suoi uomini, evitando un ammutinamento che sarebbe stato devastante.

Ma la guerra non si ferma. Il Maresciallo Montgomery ha una missione diversa per la 1ª Brigata Paracadutisti Polacca. Il 17 settembre 1944, una colonna di 150 chilometri di aerei, che occupa 5 chilometri di larghezza, si dirige verso l’Olanda. È l’inizio dell’Operazione Market-Garden, una missione audace che coinvolge le forze paracadutiste alleate. I Polacchi sono integrati nella 1ª Divisione britannica, pronti a lanciarsi nel cuore dell’Europa occupata dai nazisti.

Il piano di Montgomery prevede due fasi. La prima, l’operazione Market, coinvolge tre divisioni aviotrasportate (la 101ª e la 82ª americana, e la 1ª britannica), che devono conquistare e difendere quattro ponti vitali per l’avanzata alleata: la 101ª prende Eindhoven, la 82ª si lancia su Nijmegen e Grave, e la 1ª britannica si dirige su Arnhem. L’obiettivo è prendere il controllo dei ponti e attendere l’arrivo delle forze di terra per continuare l’offensiva. I Polacchi si dovranno aggiungere alla 1ª divisione britannica il terzo giorno dell’attacco.

La seconda fase, l’Operazione Garden, prevede che la Seconda Armata britannica, con il XXX Corpo in testa, proceda lungo la direttrice Mosa-Escaut, cercando di unirsi alle unità di paracadutisti per accelerare l’avanzata verso la Germania, aggirando le posizioni tedesche lungo la linea Sigfrido.

Sosabowski, come molti altri, ufficiali si dimostra dubbioso sin dall’inizio sull’esito del piano. Il 9 settembre, assieme al maggior generale Urquhart, comandante della 1ª divisione britannica, si presenta al generale Frederick Browning, comandante del I Corpo aviotrasportato britannico e co ideatore dell’operazione assieme a Montgomery. L’avvio della conversazione riassume sin dall’inizio il suo stato d’animo “Signore, mi dispiace dirlo ma questa missione non potrà in nessun caso andare a buon fine”. La risposta di Browning è laconica “Mio caro Sosabowski, i Red Devils (i parà inglesi) e i valorosi Polacchi sono capaci di tutto”. Indifferente alla lusinga il Polacco osserva “Le capacità umane hanno pur sempre dei limiti.”

17 e 18 settembre: il ponte di Arnhem

Domenica 17 settembre, alle ore 13, il primo aliante inglese, di un totale di trecento, si stacca dalla formazione e, dopo essere stato sganciato un chilometro e mezzo prima della destinazione, atterra a nord della linea ferroviaria, a circa 12 km da Arnhem. Poco dopo gli alianti, è il turno dei paracadutisti. I membri del 2° battaglione, richiamati dal suono familiare dei “bugle calls” (corni da caccia) del tenente colonnello John Frost, si muovono con determinazione verso l’obiettivo: il ponte. Nelle prime ore, tutto sembra indirizzarsi verso una marcia trionfale, ma ben presto le cose cominciano a complicarsi. Le radio inglesi cessano quasi subito di funzionare e, di conseguenza, il battaglione perde il contatto con il quartier generale. Nel frattempo, l’Hauptsturmführer Sepp Krafft e l’Oberstumbannführer Harzer, attingendo da più di 27 unità diverse, formano due kampfgruppe che bloccano l’avanzata britannica.

Frost e il suo vice, Dirby, avevano previsto il rischio di guasti alle radio e, poco fiduciosi nelle nuove apparecchiature, avevano addestrato i loro uomini a comunicare utilizzando i “bugle calls”, un sistema antico risalente alle guerre napoleoniche che si basa sui suoni delle trombe, consentendo alle compagnie di mantenere i contatti tra loro senza bisogno di comunicazioni radio. Alle 18:30, la compagnia A raggiunge il ponte e vede avvicinarsi una colonna di 30 veicoli del 9° battaglione SS di ricognizione. La piccola guarnigione tedesca, tuttavia, è stata richiamata in città e i soldati inglesi pensano di dover affrontare i veicoli tedeschi, ma le SS li ignorano, accelerando verso Nijmegen per fermare l’avanzata delle truppe statunitensi.

Alle 19:30, dopo circa 13 km percorsi, Frost e i suoi uomini prendono il controllo del ponte senza incontrare resistenza. Con razioni di cibo e munizioni sufficienti per due giorni, la situazione sembra stabile. Ma all’alba del 18 settembre, le SS del Kampfgruppe Knaust attaccano il ponte, solo per rendersi conto che le truppe aviotrasportate britanniche sono un nemico temibile. Senza il supporto dell’artiglieria, sgomberarli si rivela un’impresa impossibile. Alle 9:30, 22 veicoli del 9° battaglione SS ritornano da Nijmegen nel tentativo di prendere Frost alle spalle, ma vengono distrutti dai P.I.A.T. e dalle mine inglesi.

Intanto, l’operazione non sta andando come previsto dai piani di Montgomery. L’avanzata terrestre del XXX Corpo è rallentata dai Tedeschi e dalle folle di Olandesi che accolgono calorosamente i liberatori. Il reparto di Frost rimane isolato, con il resto della divisione bloccato a Oosterbeek dai continui e implacabili attacchi delle forze dell’Asse.

21 settembre: l’arrivo dei Polacchi

In Inghilterra, i rinforzi tanto attesi, tra cui la brigata indipendente polacca destinata a lanciarsi su Arnhem il 19 settembre, sono costretti a rimanere a terra a causa delle condizioni meteo avverse. L’attesa è snervante, ma finalmente, il 21 settembre, arriva la tanto agognata luce verde. Alle 14:00, gli aerei decollano dagli aeroporti britannici, pronti a raggiungere l’area di lancio, dove atterrano alle 17:18. Tuttavia, la missione si trasforma subito in un incubo. A causa di un numero insufficiente di alianti, l’intero reparto di artiglieria anti-carro polacca è costretto a rimanere a terra. Ma le difficoltà per il generale Sosabowski non finiscono qui: dei 114 Dakota, solo 72 riescono a completare la missione. Il maltempo costringe alcuni velivoli ad abortire, mentre ben 13 aerei vengono abbattuti dai caccia della Luftwaffe, appostati ad attendere l’arrivo delle forze alleate. Da 1.563 uomini previsti, Sosabowski si ritrova con appena 1.003 soldati.

Fin dai primi momenti dell’operazione, le difficoltà di comunicazione sono evidenti. Le nuove radio, che dovevano garantire il coordinamento, sono praticamente inutilizzabili, spesso non riuscendo nemmeno a coprire poche centinaia di metri. In un disastroso fraintendimento, i soldati inglesi sono costretti a guardare impotenti mentre i Polacchi atterrano direttamente su una postazione anti-aerea tedesca senza poter fare nulla per avvisarli. Il risultato è devastante: cinque soldati muoiono prima ancora di toccare terra, mentre ben trentasei vengono feriti gravemente. Quella stessa sera, a sud del ponte, il Colonnello Frost è costretto a dichiarare la resa.

Dal 20 settembre, i tedeschi, sfruttando il caos e la disperazione delle forze alleate, cambiano completamente strategia. Le loro truppe bombardano incessantemente le posizioni di Frost con mortai e artiglieria, avanzando senza sosta. I soldati tedeschi, come ombre nel buio, rastrellano ogni edificio con i loro lanciafiamme, bruciando tutto ciò che incontrano. Alle 18:00, quattro possenti carri armati PzKpfw VI Tiger riescono ad attraversare il ponte. Il silenzio che segue è pesante, e verso sera il maggiore Frost, ormai ferito, è costretto a dichiarare la resa.

22-26 settembre: Driel

I Tedeschi, dopo aver riconquistato il ponte cruciale di Arnhem, hanno ora il controllo della via che permette loro di inviare rinforzi per contrastare l’avanzata degli Americani e rallentare ulteriormente l’offensiva del XXX Corpo.

Il comandante del SS Kampfgruppe Knaust è convinto che i Polacchi tenteranno di riprendere il ponte da sud, e così ordina all’Obersturmführer Harzer di organizzare una forza di reazione. Harzer raccoglie un’unità di 2.500 uomini, composta da marinai, piloti, truppe di difesa costiera, polizia SS olandese e fanteria tedesca, e si dirige verso i polacchi. Sosabowski, nel frattempo, si sposta più a sud, verso Driel. La sua missione cambia radicalmente: anziché dirigersi verso il ponte, deve ora attraversare il Reno per dare supporto al resto della divisione bloccata a Oosterbeek. Ma la sorte sembra accanirsi contro di lui: i Tedeschi hanno distrutto il pontile di Heveadorp (vicino a Driel) e dato fuoco a tutte le imbarcazioni sul fiume.

Alle 22:30, il capitano Zwolanski, che ha attraversato a nuoto il Reno, porta una notizia sconvolgente a Sosabowski: gli Inglesi hanno perso il 40% degli effettivi, ma l’Engineering Corps sta preparando delle zattere per permettere ai Polacchi di attraversare il fiume e raggiungere Oosterbeek. Il 22 settembre, la prima brigata indipendente polacca si schiera in difesa “a riccio”, pronta a resistere agli attacchi tedeschi. Sosabowski si muove tra le linee con una bicicletta da donna, gridando “Più profonde! Più profonde!” mentre i soldati scavano trincee tra le case di Driel. Ma quando la sera cala, le zattere promesse non sono ancora arrivate e, al loro posto, ci sono solo quattro gommoni.

Sosabowski, con la determinazione che lo contraddistingue, decide di far attraversare il fiume ai suoi uomini nella notte. Alle 23:00, l’ottava compagnia polacca, sotto il fuoco incessante delle mitragliatrici tedesche, inizia l’operazione con l’aiuto dei genieri. Alle 3:00 del mattino, solo 52 paracadutisti sono riusciti a guadagnare l’altra sponda, ma il sacrificio degli ingegneri è costato loro il 15% di perdite. Il tenente Albert Smarczny descrive quei momenti di panico e disperazione: “In mancanza di mezzi adeguati per attraversare il fiume, aspettammo a lungo l’arrivo di due battelli pneumatici governati dai genieri. Alcune barche avevano posto solo per due uomini. Dopo un po’, arrivarono altri due battelli, e iniziammo ad attraversare a due a due, o talvolta uno alla volta. Di tanto in tanto, il nemico lanciava razzi sul fiume, e le raffiche degli Spandau cercavano di colpire i nostri uomini sull’acqua.”

Il 23 settembre, i Tedeschi intensificano il bombardamento delle posizioni polacche a Driel, colpendo anche l’ospedale da campo e alcuni paramedici. Il generale Model, comandante del Gruppo di Armate B tedesco, è furioso con il comandante del II Corpo Panzer SS, incapace di annientare la 1ª divisione aviotrasportata britannica. Per gli Inglesi, l’arrivo di rinforzi è ormai vitale. Dopo mezzanotte, l’attraversamento del Reno si ripete: questa volta, 153 soldati riescono a raggiungere la 1ª divisione aviotrasportata britannica.

Il 24 settembre, il tenente-generale Horrocks, accompagnato da parte della 2ª armata inglese, arriva finalmente a Driel, ma il ponte di Arnhem continua a rimanere saldamente sotto il controllo tedesco. Insieme a Horrocks giungono i restanti 564 Polacchi, che nel primo lancio erano stati costretti a ritornare in Inghilterra. La brigata polacca viene ufficialmente messa sotto il comando del Maggiore Generale Ivor Thomas, comandante della 43ª divisione di fanteria inglese. Alle 2:00 del mattino, finalmente, arrivano 19 imbarcazioni. Il 4° battaglione Dorsetshire Regiment e parte della 130ª brigata di fanteria inglese riescono a attraversare il Reno, ma con gravi perdite, circa il 50% degli effettivi. L’attraversamento dei soldati polacchi viene però rinviato per la mancanza di imbarcazioni.

Il 25 e il 26 settembre, Sosabowski e i suoi uomini restano sotto un incessante bombardamento di artiglieria tedesca, mentre, dall’altra parte del fiume, i Polacchi combattono fianco a fianco con i loro compagni d’arme inglesi. A mezzanotte del 26 settembre, Sosabowski riceve da Horrocks l’ordine di coprire l’evacuazione dei resti della 1ª divisione aviotrasportata inglese da Oosterbeek. Con il supporto dell’artiglieria pesante del XXX Corpo, inizia la ritirata. Solo il 20% della divisione inglese riuscirà a tornare in Inghilterra.

Dei quasi 300 Polacchi che erano riusciti ad attraversare il Reno, 28 sono morti, 45 feriti e 120 presi prigionieri dai Tedeschi. Parte della 8ª compagnia polacca, nel caos della ritirata, non riceve l’ordine di ritirarsi e rimane indietro, trovandosi prigioniera dei Tedeschi. La 1st Polish Independent Parachute Brigade, dopo una lunga e travagliata ritirata, viene trasferita prima a Graves e poi rientra in Inghilterra il 10 ottobre. Quando tornano “a casa”, circa il 23% della forza originale della brigata è scomparso.

Un triste epilogo

Il 28 settembre, Winston Churchill è atteso alla Camera dei Comuni per un’audizione sugli eventi di Arnhem. Harold Nicolson, uno dei deputati seduti sugli scranni della Camera, annota nel suo diario: “Cercai di immaginare in che modo avrei trattato la resa di Arnhem se fossi stato al suo posto. Da una parte era necessario dipingerla come un episodio di scarsa rilevanza nel più ampio quadro delle operazioni belliche; dall’altra era fondamentale non offendere i genitori addolorati liquidando la faccenda come poco più che un incidente. Winston, con la sua tipica maestria, risolse questa difficoltà. Parlando degli uomini della 1ª divisione paracadutisti, lo fece con grande emozione: “‘Non è stato vano” dice l’orgoglio di chi ha fatto ritorno. “Non è stato vano” dice l’epitaffio di chi è caduto in battaglia.”

Per i soldati di Sosabowski, però, il ritorno è una doppia tragedia. Il 2 ottobre, a Varsavia, si spegne nel sangue l’ennesima rivolta. Al rientro, i paracadutisti Santely Nosecki e Garior, della batteria anticarro, scoprono con orrore di essere gli unici due superstiti della loro baracca Nissen. Vedendo ciò, Sosabowski scrive nelle sue memorie: “Ci stanno ammazzando, ma nessuno ci aiuta. Stanno ammazzando i nostri fratelli a Varsavia, ma nessuno li aiuta.”

Sin dall’inizio dell’operazione, Sosabowski aveva pesantemente criticato il piano di Browning e Montgomery. Quando informò Browning che il governo polacco aveva intenzione di insignire alcuni soldati di medaglie al valore, la risposta del comandante britannico fu gelida: “Voglio essere del tutto sincero, per questo le dico che ricevere una decorazione dalla Polonia, in questo momento, è una prospettiva che non mi sorride. Come lei saprà perfettamente, i miei rapporti con lei e con la sua brigata non sono stati particolarmente felici nelle ultime settimane; anzi, sono stati l’esatto opposto.”

Il 17 ottobre, Montgomery scrive con severità: “La brigata polacca ha combattuto male e i suoi uomini hanno dato prova di voler rifuggire lo scontro quando arrivava il momento di mettere a repentaglio le vite.” Browning rincara la dose, accusando Sosabowski di non aver colto l’urgenza dell’operazione: “Questo ufficiale non mi è sembrato in grado di cogliere il carattere dell’operazione e, in più occasioni, si è dimostrato polemico e riluttante a svolgere il ruolo assegnatogli.”

Il 27 dicembre 1944, Sosabowski è costretto a dimettersi e abbandonare l’esercito. Il resto della brigata rimane in riserva fino al 1945, quando viene assegnata all’occupazione della Germania del nord.  Dopo la guerra, con la moglie e il figlio, ritorna in una Polonia ormai saldamente sotto il controllo sovietico, un luogo dove la vita per gli ex militari polacchi che avevano combattuto sotto la Union Jack è tutt’altro che facile. Nel 1947, privato della cittadinanza dal governo polacco, è costretto a tornare in Inghilterra, dove trova lavoro come operaio in una fabbrica. Muore in esilio nel 1967, ma solo nel 1969 le sue spoglie saranno traslate nel cimitero militare di Powązki a Varsavia. Nel 2006, a L’Aja, la Regina Beatrice gli conferisce postumo il Leone di Bronzo, un riconoscimento che arriva troppo tardi per un uomo che ha dato tutto per il suo paese.

Letture consigliate
L’ultima vittoria di Hitler – Antony Beevor – Ed Rizzoli

Operation Market-Garden – Stephen J. Zaloga – Ed Osprey

Miniature
Casa Produttrice Warlord Games. Scala 28mm
Dipinte da Marco Ortalda
Elementi scenici La Piccola Armata

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