Chi decide che limiti ha la gloria

La serie di wargame “Limits of Glory” della Form Square Ltd., autore Andy Rourke, è fatta da una linea di giochi, purtroppo quasi introvabili nei negozi non-doganali (perché lanciati solo in Crowfunding) è stata giudicata “notevole per il suo approccio innovativo alle campagne napoleoniche”. Giocarla è un reale divertimento dove ogni attimo è una sfida e posso dire che mi è piaciuta; tuttavia vorrei puntualizzare alcune cose che ho trovato stridenti. La serie Limits of Glory si propone di catturare l’essenza operativa delle campagne napoleoniche in un formato relativamente rapido, elegante, ma apparentemente aleatorio. Giocabile in una serata, ogni gioco mantiene un buon livello di decisioni strategiche da prendere. Il cuore pulsante della serie è il sistema “POG” (Punti Gloria), pessimo sostantivo dato che il loro utilizzo non toglie gloria, ma sembra togliere rispetto per i comandanti. Di fatto ogni generale ha un valore che ne rappresenta l’abilità, il carisma; va da sé che se fa “trucchetti” – tipo tirare due volte i dadi – il carisma cala fino ad esaurirsi. La genialità dell’idea risiede, quindi, nel tentativo di contrastare l’alea dei dadi con un ragionamento strategico di esaurimento risorse (uso o non uso i POG?).
Un altro intervento originale, nelle meccaniche, sta nella rapida risoluzione dei combattimenti. Le battaglie si risolvono con un sistema a tabella unificata che considera vari fattori, tra cui in primis, la qualità delle truppe (non se addestrate, veterane, coscritte, ma per nazionalità).
Ora sia la valutazione delle quantità di POG, sia la valutazione del rendimento delle diverse truppe presumono origine da un giudizio storico. Non c’è dubbio che il giudizio di Rourke sia fortemente guidato dai soliti stereotipi, amplificati se agli eventi partecipano truppe britanniche (in realtà non è che combatterono granché in 20 anni di guerre).
A parte alcune campagne poco note (la Vandea) e scaramucce locali (Capri e Santa Maura) i giochi napoleonici più rappresentativi mi sono sembrati: a) Maida 1806: The Battle for Italy, che non è lo scontro minore nella Calabria occupata dai francesi, bensì tutta la campagna nelle Due (Una?) Sicilie; b) Bonaparte’s Eastern Empire che parla della campagna in Egitto del 1798 anche qui con una fase navale ed una di terra.
La serie ha il pregio dell’accessibilità, ottima per un neofita del wargame, presenta una profondità decisionale che perdura per tutta la partita. È anche divertente da giocare. Essendo un sistema di campagne operative non ha velleità tattiche, le differenze tra eserciti nazionali sono catturate, ma in macro-categorie. La sua componentistica è essenziale, ma curiosa (caricature frutto soprattutto della tradizione “velenosa” inglese), mappe e pedine funzionali ma non spettacolari. Limits of Glory, di fatto, potrebbe rappresentare un punto d’incontro ideale tra rigore storico ed eleganza ludica, se non sorgessero alcune perplessità proprio sulla narrazione degli eventi. Andy Rourke è inglese, non credo abbia usato fonti ottomane, si fa per dire; non ha nemmeno messo una bibliografia, tanto a che gli serviva? I libri usati per fare i giochi sono sempre gli stessi, dal 1970 in avanti. Il mattone d’inciampo risiede in una naturale tendenza anglosassone a creare categorie, protocolli e classificazioni su tutto; a volte questo serve a semplificare le analisi, a volte crea stereotipi o procedure errate. I giochi, di cui parlo, distinguono nettamente un genio come Napoleone (POG altissimo) e sembrano proporre “giganti” del periodo, poco noto. Ma chi decide che “voto” dare ai generali, ed in base a quali criteri?
Correttamente un generale dovrebbe avere un valore diverso per giochi diversi, riflettendo il suo stato in quel preciso momento; purtroppo non ho la possibilità di verificare in tutta la serie se ci sono generali uguali, ma temo di no. In realtà, l’assegnare i POG più alti ai comandanti, narrati come storicamente decisivi, incentiva i giocatori a usarli “scimmiottando” la narrazione di quella realtà (tramandata secondo un modello ritenuto da – quasi – tutti realistico). Tutto dipende dalla storiografia di riferimento dei designer, se hanno usato principalmente fonti anglo-francesi (come spesso accade), i generali di altre nazioni (Blücher, Bennigsen ecc.) potrebbero non ricevere il credito dovuto. In ogni caso l’assunto principale dovrebbe essere quello secondo il quale un generale non è una costante, bensì una variabile: se Napoleone ad Austerlitz vale 4, a Lipsia e Waterloo probabilmente varrebbe meno (invece in molti giochi il suo valore è costante).
Altrettanto forzata sembra la valutazione dell’impatto delle truppe combattenti in battaglia. In merito a quanto descritto da Rourke la sua “Combat Table” sono tradotti in numeri: il presunto addestramento, le diverse specialità (fanteria leggera, fanteria di linea, cavalleria, cannoni ecc.), la loro coesione ed il morale. La mancanza di una bibliografia non-standard qui diventa predominante per il perpetuare degli stereotipi. Va anche detto che, nel wargame, molti autori amano corredare i loro giochi con una buona bibliografia (Herman, Ruhnke, persino Arnaud de Peretti nel suo La Guerre de Cent Ans), altri la danno per scontata (rinviando quasi per prassi a David Chandler, Oman, Napier, saggistica anni ’70 e gli agili riassuntini Osprey, più adatti ai modellisti che ai wargamer). Per fortuna oggi la storiografia si è parecchio articolata proponendo versioni che potrebbero (dovrebbero) alterare le regole dei giochi (penso all’assurda convinzione che all’epoca napoleonica esistessero attacchi combinati, ad esempio). Sono stati da tempo superati gli stereotipi sulle differenze nazionali sistemiche, come i napoletani pigri, gli spagnoli indisciplinati, la fanteria britannica dotata di alta qualità nel fuoco, quella francese molto aggressiva nell’assalto, la russa resistente, ma meno manovriera.
Se, nei giochi, la necessità di una generalizzazione appare inevitabile (ad esempio assegnando lo stesso valore a tutti i reggimenti di linea francesi) e se spesso si devono omettere modelli storici ad elevato impatto militare (in campagna una logistica trascurata, omissione dell’affaticamento per lunghe marce, mancanza di rifornimenti e malattie), a vantaggio di una maggiore scorrevolezza del gioco, non è detto che questi importanti aspetti debbano mancare all’interno della valutazione del rendimento delle varie truppe nazionali. La tabella di Rourke è un ottimo escamotage, un utile strumento di gioco, ragionevolmente corretta nel descrivere le gerarchie qualitative, tuttavia, è soltanto un’approssimazione necessaria per avere un gioco giocabile in tempi ragionevoli.
Le valutazioni di Limits of Glory sono “corrette” nel contesto del “giocare” storico. Sono il risultato di una ricerca rispettabile filtrata attraverso la necessità di creare un sistema di gioco funzionale ed elegante. Per chi pretende maggior rigore, invece, sono solo un’utile schematicità, che non può sostituire la complessità della realtà, soprattutto per quanto riguarda le performance di generali “minori” e le capacità di truppe di nazioni meno studiate dalla storiografia popolare.
In sintesi, sono simulazioni intelligenti, non documenti accademici, anche se i numeri su un foglio di riferimento sono per forza sempre (e solo) un’astrazione.
Criteri di valutazione
Chi li decide? È giusto che li facciano solo gli inglesi, autodefinitisi i “vincitori di Napoleone”? Chi mi dice che il generale Friant (che diverrà un celebre tattico) nel 1978 fosse pari a un generale ottomano? Penso di dover suddividere la risposta in due parti principali: una sui generali e una sulle truppe. Premettiamo che, per i generali, i criteri classici sono quelli diffusi da David Chandler (ovviamente tratti da altri storici militari precedenti) e quelli della storiografia classica francese che, a volte vergognandosi un po’ del tiranno Bonaparte, è finita a percorrere la scia britannica: successi in battaglia, innovazioni tattiche, capacità logistiche e amministrative. Per le truppe, invece, bisognerebbe considerare fattori come addestramento, coesione, equipaggiamento e resilienza morale.
Un buon criterio di valutazione dei comandi potrebbe essere la capacità di agire autonomamente, in assenza di nuovi ordini. Questo concetto storiografico non è mai esistito nel mondo del wargame, fossilizzato sulle lezioni di West Point e sulla moda del Comando e Controllo, con le catene di comando rigide. Per valutare il grado di autonomia (nel gioco iniziativa) sarebbe comunque necessario leggere diverse narrazioni, magari anche quelle nemiche; questo non accade che raramente. Si arriva addirittura a creare dei “miti” paradossali come un sistema di Comando e Controllo che sembra tenere ferme le redini di una battaglia o campagna, associandolo ad una tecnica di “chit pull” per argomentare che in battaglia vigeva il caos. O l’uno o l’altro, no?
Un altro aspetto molto popolare tra i britannici è la valutazione della capacità di ritirata ordinata. Era una pratica molto comune e spontanea (a meno che non si volesse disertare) in tutti gli eserciti napoleonici. I britannici hanno saputo trasformare una fuga (la Coruña per non dire Dunkerque) in una “Retreat to Victory”, per altro molto dissonante. Anche tra i generali gli stereotipi non mancano: Murat bello e valoroso, ma indisciplinato; Grouchy asino e ritardatario, ecc. Insomma, non ho visto ancora un gioco (tra quelli più celebri) che sia esente da queste banalità. I generali più valutati sono sempre stati: Napoleone Bonaparte (per la combinazione di strategia, tattica e carisma), Wellesley o duca di Wellington (per la difesa elastica, la comprensione del terreno e l’affidabilità), i Principi russi Suvorov e Bagration (per l’audacia e la capacità di comando in situazioni disperate), von Blücher (ma solo per la sua aggressività e determinazione a Waterloo).
Il comportamento di un generale in battaglia, poi, andrebbe sempre esaminato da ambo le parti (ad Eylau entrambi i contendenti dichiararono vittoria) e contestualizzato: resistere alla Vecchia Guardia non era come resistere a una milizia poco addestrata, e poi valutare diverse condizioni terreno, meteo, stanchezza delle truppe, motivazioni.
Nel metodo storico, l’accesso a fonti primarie e storiografiche in più lingue sarebbe non solo “più opportuno”, ma essenziale per un’analisi equilibrata. Il “Bias” anglocentrico però ha raggiunto livelli insopportabili (non solo per il sottoscritto). Il dominio della storiografia scritta in Inglese, che a volte ricorda atteggiamenti “Trumpiani”, è nato grazie all’esagerata eco amplificata di certi esempi (Waterloo, la penisola Iberica), offerti al popolo per celebrare i fasti di un’armata temibile in mare, ma non così brillante per terra, ed all’opera culturale da “vincitori” (opere classiche britanniche e francesi tradotte e diffuse più ampiamente nel mondo), una narrazione “ovest-centrica” che ha sempre trascurato qualsiasi cosa (o fronte) si definisse orientale o meridionale.
In realtà per una valutazione equa, uno storico serio in genere sa consultare: fonti tedesche (prospettiva austriaca e prussiana, riforma dell’esercito prussiano post-1806, il genio logistico e difensivo di un Blücher); fonti russe (la capacità di resistenza russa è incomprensibile senza studiare i rapporti di Kutuzov o Barclay de Tolly, la tattica della “terra bruciata”), la storiografia russa post-sovietica offre analisi profondissime; fonti iberiche (guerra peninsulare, prospettiva degli eserciti regolari spagnoli e della guerriglia popolare, vitale per bilanciare il punto di vista britannico di Wellington); a volte fonti italiane, olandesi, polacche, svedesi ecc. (per comprendere la dinamicità dei piccoli stati e di contingenti di grande valore).
Sulle valutazioni delle truppe direi che non è affatto corretto parametrare tutto solo sulla fanteria britannica. La fanteria prussiana post-1806, addestrata a manovrare in piccole unità indipendenti (corpi di volontari/Jäger), era più mobile e meglio organizzata. La fanteria russa a Borodino, pur schierata in masse compatte e capaci di assorbire perdite catastrofiche senza crollare, era capace di fare una difesa statica che logorava gli avversari. La cavalleria francese era forte nel periodo imperiale, ma scarsa nelle guerre rivoluzionarie; si dovrebbero rivalutare i Cosacchi, cavalleria irregolare, inarrestabile nella ricognizione e nei raid, terrore delle linee di comunicazione nemiche ed anche tutta la cavalleria pesante austriaca (Dragoni inclusi in essa) considerata tra le migliori d’Europa all’epoca, temutissima per le sue cariche compatte.
È vero che non occorre farsi un “mazzo” così per un gioco, che il wargamer, se vuole, approfondisce sui libri (anche qui bisogna uscire dalla bibliografia “scontata” però), ma usare fonti in lingue diverse dall’inglese (oppure tradotte) per me diventa un imperativo metodologico se si vuole “giocare la storia” e non le chiacchiere o i miti. In fondo, per sfuggire a una visione parziale e costruire un giudizio storico robusto e credibile, si può passare anche dai giochi.
Chandler e Mikaberidze, due lati opposti della storiografia
Per chiarire meglio il tema di questo articolo viene naturale un confronto tra David Chandler (storico britannico, autore di The Campaigns of Napoleon, 1966) e Alexander Mikaberidze (storico georgiano-americano, autore di opere come The Napoleonic Wars: A Global History – 2020 – e della monumentale serie The Russian Officer Corps che scrive in inglese ma è agli antipodi dell’anglo-centrismo); ciò per fornire pratici esempi di come prospettive storiografiche diverse, generazionali e nazionali, portino a valutazioni spesso divergenti. E vediamone alcuni:
- generali russi: come direbbe Holmes, il Caso del Principe Bagration. Chandler lo rispetta come un combattente coraggioso e aggressivo, ma la sua descrizione rimane spesso quella di un “generale-hurrà“, un comandante fanfarone di retroguardia e di truppe d’assalto. Lo inserisce nel solco del giudizio britannico dell’epoca: valoroso ma forse limitato strategicamente. Nel suo The Campaigns of Napoleon, Bagration emerge più come un ostacolo tenace che Napoleone deve superare (es. a Borodino), che come un genio tattico sottile. Alexander Mikaberidze, invece, avendo accesso diretto a fonti russe e georgiane, lo riabilita completamente. Ne fa un maestro della ritirata combattuta, un tattico innovativo capace di salvare eserciti (come nella ritirata verso Smolensk nel 1812) e un comandante amatissimo dalle truppe, la cui morte, a Borodino, diede un immenso colpo al morale. In The Battle of Borodino scriverà: “Bagration era l’anima dell’ala sinistra russa… La sua morte creò un vuoto di comando che contribuì al collasso della posizione… Era considerato da molti contemporanei il miglior generale russo in servizio attivo.” Chandler valuta un sintomo, (l’aggressività), Mikaberidze fa diagnosi e ne analizza la dottrina e l’effettiva efficacia operativa, collocandolo al top del pantheon militare russo.
- soldati russi: la fanteria a Borodino, secondo David Chandler era passiva, aveva una disciplina brutale, si disponeva in masse statiche e vulnerabili all’artiglieria. Per lo storido inglese era un rullo compressore che avanzava in modo quasi meccanico, capace di assorbire perdite mostruose più per fatalismo che per elevato morale. Così scriveva in The Campaigns of Napoleon): “La fanteria russa… era formidabile in difesa, ostinata e resistente, ma mancava di iniziativa ed elasticità. Le sue masse dense fornivano un bersaglio ideale per l’artiglieria francese.” Mikaberidze, non negava la densità delle formazioni, ma ne rivalutava una consapevole tenacia, sottolineando la volontà di sacrificio, la fermezza degli ufficiali e il patriottismo religioso che animava i soldati (“per la Fede, lo Zar e la Patria“). Il mito della pura passività era demolito nel notare come contrattaccassero, localmente, con furore. “La resistenza della fanteria russa a Borodino non fu passiva, ma ostinata e spesso feroce. I soldati combatterono con la consapevolezza di difendere la terra russa, e i contrattacchi, anche se costosi, furono numerosi e determinati.” Chandler, dunque, enfatizzava la vulnerabilità tattica e il metodo obsoleto, Mikaberidze enfatizzava la forza morale e la risolutezza … Ora chi aveva maggior efficienza in battaglia, i russi descritti dagli inglesi o quest’ultimi?
- un generale francese “controverso”: il maresciallo Bernadotte. David Chandler, da buon britannico fautore del “fair play” lo trattava con notevole sospetto, affibbiandogli la tradizionale accusa di “tradimento” o almeno di ambiguità pericolosa. Pertanto, la sua condotta a Wagram (1809) era valutata come deludente, narrando con una punta di biasimo per l’opportunismo la sua successiva ascesa a Re di Svezia, da avversario di Napoleone. Voto = un comandante capace ma inaffidabile, la cui ambizione personale superava la lealtà. Alexander Mikaberidze (in The Napoleonic Wars: A Global History), pur non ignorando le sue mancanze, offriva una lettura più politico-strategica del personaggio, presentando Bernadotte come un uomo profondamente legato agli ideali repubblicani delle origini, in crescente disaccordo con il dispotismo napoleonico. La sua condotta, quindi, non era un tradimento, ma un comune cambio di fronte politico. Come comandante svedese, lo valutava più abile diplomatico e stratega cauto, ma efficace. Prospettiva che presentava un politico in uniforme, la cui evoluzione rifletteva le contraddizioni dell’era napoleonica.
- la vera evoluzione dell’armata francese. Chandler sicuramente aveva un’evidente nostalgia per la “Grande Armée” dei primi anni imperiali, vista come l’apice dell’arte militare. Il degrado, avvenuto dopo il 1812 era spesso attribuito alla perdita dei veterani e alla crescente disperazione di Napoleone. Mikaberidze, pur riconoscendo l’eccezionalità dello strumento militare, ne metteva in luce i punti deboli strutturali fin dai lontani inizi: una certa dipendenza dalla guerra di rapina (la maraude) per i rifornimenti, la spietata logistica che alienava le popolazioni, la difficoltà a integrare contingenti sempre più eterogenei e meno motivati. Secondo il georgiano, l’armata francese non “degenerò” nel tempo; essa mostrava fin dall’inizio i semi della sua futura fragilità logistica e politica in campagne di lunga durata. La Vecchia Guardia del 1809, con i veterani delle guerre rivoluzionarie, era ben lontana da quella degli improvvisati Veliti del 1813 o dei “raccattati” di Waterloo. Un gioco di Chandler valuterebbe una parabola classica (ascesa, apogeo, caduta), quello di Mikaberidze sottolineerebbe un sistema con fondamenta instabili sin dall’inizio, i cui difetti saranno la causa del fallimento della sfida russa (entrambi sono/erano wargamer).
Per concludere questa disamina, spero non barbosa, va sottolineato che, per abitudine, le valutazioni sui Capi e soldati si sono sempre basate sul valore tattico espresso nelle vittorie e su valori etici, per David Chandler. Alexander Mikaberidze, invece, sa decostruire i miti nazionali, offrendo valutazioni più obiettive offrendo ai militari anche una dimensione politica, sociale e culturale. Per essere banali Chandler ti dice, più o meno, come si combatteva ad Austerlitz in un’ottica da giocatore di soldatini; Mikaberidze ti spiega perché si combatteva così, chi erano veramente gli uomini sui due lati del campo, e come quella battaglia era percepita a San Pietroburgo, Costantinopoli o Washington. Ergo, per una valutazione equilibrata, la lettura di uno non esclude affatto l’altro, ma le valutazioni in Limits of Glory per me seguono più il mito anglofono che una corretta sintesi storica.

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